mercoledì , 21 febbraio 2018
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Ucraina, Parlamento UE approva risoluzione contro Russia. Oggi summit Lavrov – Kerry

Atto di aggressione. Non ha usato mezzi termini la plenaria del Parlamento Europeo che ieri ha approvato una risoluzione sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Perché, di fatto, di invasione si tratta: l’ingresso di truppe dell’esercito russo in Crimea ha violato l’integrità territoriale dell’Ucraina, di cui la Russia avrebbe dovuto essere garante in forza del memorandum firmato a Budapest nel 1994.

Quello inscenato da Vladimir Putin è un acclarato gioco di politica di potenza che all’Europa, in verità all’Occidente, ormai suona quasi sconosciuto. Istituzioni, aeroporti e basi militari occupati, esercitazioni formato extra-large e, da ultimo, 15 caccia trasferiti nelle basi bielorusse per controbilanciare il dispiegamento nelle basi NATO polacche degli F-15 e dei riconognitori Awacs che gli Stati Uniti hanno spedito nell’Est per tenere d’occhio i movimenti russi.

Al machismo putiniano il Parlamento Europeo risponde con la voce del diritto, chiedendo l’immediato ritiro delle truppe in Crimea e puntando il dito contro l’obiettivo – marchianamente fittizio – di Mosca di proteggere le popolazioni russe che pure non erano state fatto oggetto di discriminazione alcuna. Lo stesso non si può dire invece per i tatari e gli ebrei di Crimea, oggetto di intimidazioni da parte dei militari occupanti.

Quasi impossibile da difendere, la posizione russa comunque si rinsalda dopo gli scontri tra filorussi e nazionalisti ucraini che ieri, a Donetsk, hanno portato a 3 morti e 4 arresti.  “La Russia si riserva il diritto di mettere sotto la sua protezione i suoi compatrioti e connazionali in Ucraina”, ha dichiarato stamani lo stesso Lavrov alla vigilia dell’incontro fiume con il Segretario di Stato Usa John Kerry, “è chiaro che Kiev non è in grado di assicurare la sicurezza nel Paese.” E se Kiev non è in grado, ci pensa Mosca, che manda la portaerei Ammiraglio Kuznetsov ad incrociare nel Mediterraneo orientale per esercitazioni: una risposta a distanza all’invio del cacciatorpediniere lanciamissili Uss Truxton nel Mar Nero.

Altro che raffreddamento: il vertice Lavrov-Kerry a Londra arriva alla vigilia del referendum che domenica sancirà la probabile annessione della Crimea alla Russia, per cui lo stesso Lavrov ha invocato la presenza di una missione OSCE per “porre fine al doppiopesismo” che, a detta del ministro, ha sinora ignorato il colpo di Stato in atto a Kiev. Un referendum illegittimo secondo l’OSCE e lo stesso PE – la costituzione ucraina alle regioni non concede infatti possibilità di indire referendum sulla modifica dei confini – ma dall’esito quasi scontato e già anticipato due giorni orsono dalla dichiarazione di indipendenza approvata dal parlamento di Crimea. Un’autoproclamazione subito benedetta da Mosca, che ha rispolverato la risoluzione 1244 sul Kosovo per giustificarne la legalità.

A Bruxelles intanto si preparano le contromisure: il Consiglio europeo straordinario del 6 marzo aveva approvato il piano aiuti straordinari da 11 miliardi all’Ucraina, insieme al primo regime sanzionatorio soft contro la Russia, sospendendo i negoziati sulla liberalizzazione dei visti e sul nuovo accordo di cooperazione. Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna è invece già al lavoro per perfezionare un nuovo blocco di sanzioni individuali ed economiche, che potranno arrivare a prevedere il congelamento dei beni degli individui coinvolti a livello decisionale nell’invasione della Crimea e ritorsioni contro le aziende russe, in particolare quelle del settore energetico, che non rispettino a pieno il diritto comunitario. Una brutta tegola in prospettiva per Gazprom, già oggetto di indagine da parte della Commissione Europea per abuso di posizione dominante, in particolare nei sistemi di prezzatura del gas naturale.

L’imposizione delle nuove sanzioni verrà discussa lunedì dal Consiglio Affari Esteri a seguito del verdetto del referendum di Crimea: i 28 ministri discuteranno anche i capitoli politici dell’Accordo di Associazione con l’Ucraina ma, sostiene il PE, l’Unione dovrebbe incaricarsi, prima delle elezioni presidenziali del 25 maggio, di una forte azione unilaterale, come l’abbassamento dei dazi sulle esportazioni ucraine verso l’UE.  D’altro canto l’Ucraina, recita il testo, ha una prospettiva europea e può richiedere in ogni momento l’adesione all’Ue. Come a dire: qualsiasi esito che violi l’integrità territoriale ucraina sarà un fallimento ma, persa la Crimea, per il resto d’Ucraina il peggio non è ancora scritto.

In foto, conciliabolo tra Sergei Lavrov e John Kerry (foto U.S. Department of State – Flickr 2013)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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4 comments

  1. Il mandato delle Nazioni Unite, a partire dall’intervento francese in Ruanda e dall’intervento statunitense in Haiti, ha il valore morale della carta straccia. La dottrina delle sanzioni (si guardi a Cuba) è poco meno grave di quella degli interventi diretti, che proseguono sia in Iraq sia in Afghanistan a quanto pare. Non mi pare si possa parlare di “non interventismo assoluto”. E’ vero che da parte di Obama c’è stato un cambio di passo, che però non mi pare affatto coincida con una mancata “corsa agli armamenti”. E se vogliamo parlare di soft power, la dottrina cinese in Africa ne è un esempio molto più lampante di quanto non lo siano le titubanze statunitensi (pronte a cambiare appena cambierà il vento politico). In ogni caso, la copertura di un sistema di istituzioni internazionali aberranti garantisce agli USA la possibilità di proteggere acriticamente i regimi amici, proporre sanzioni, aree di “no fly zone” (Siria, Libia), fornire armi, disporre della legittimità dei governi (Ucraina), e favorire l’autodeterminazione delle minoranze che vivono in regimi ostili (Kosovo), contrastando poi sulla base delle stesse norme quelle che vivono in regimi amici (Crimea).
    Non ho alcuna simpatia per Putin, ma distruggere il diritto internazionale per 20 anni e poi pensare che personaggi senza scrupoli come il sovracitato non ne approfittino è al meglio ingenuità e al peggio bispensiero. Il nostro continuo double standard genera mostri e morte, una stampa acritica applaude.

  2. E’ proprio vero: “un acclarato gioco di politica di potenza che all’Europa, in verità all’Occidente, ormai suona quasi sconosciuto”. Certo, infatti gli occidentali fanno direttamente le guerre d’invasione, e gli USA e la NATO non fanno mai pressione militare attraverso le loro basi… Cosa che l’autore dell’articolo dice da solo nella sua stessa frase. Double standard magistrale, un esempio straordinario di bispensiero.

    • Antonio Scarazzini

      Caro lettore,
      credo esistano fondamentali differenze tra una dissuasione realizzata per mezzo della sola disposizione di proprie basi e l’invasione di un territorio di uno Stato sovrano come avvenuto in Crimea, effettuato con lo scopo di mantenere il controllo del territorio e, in ultima analisi, di annetterlo a sé. Immagino che con “guerre d’invasione” lei intenda Iraq e Afghanistan: nel primo caso il fallimento della dottrina alle sue spalle è stato acclarato, meno forse in Afghanistan in cui il terrorismo è comunque identificabile come un nemico che prima ha colpito su suolo americano.

      Tuttavia io ritengo fondamentale un fattore: il tempo. Dagli interventi sopracitati sono passati rispettivamente 11 e 13 anni. Nel mondo globalizzato e delle reti, la compressione temporale non può essere trascurata: con il passaggio di una sola presidenza, da Bush a Obama, gli Stati Uniti hanno ormai dichiarato al mondo di essere molto restii ad usare il loro hard power, ripensando completamente la loro dottrina strategica. Dall’interventismo “umanitario”, al non interventismo assoluto: forse un altro estremo, ma comunque un cambio di passo epocale rispetto a quelle che lei chiama “guerre d’invasione”.

      Putin e, in parte la Cina, sono rimasti alle vecchie regole, alla corsa agli armamenti. L’Europa invece ha dimenticato completamente come utilizzare non tanto l’hard power in senso stretto, quanto quel complesso di strumenti diplomatici, economici e militari che rendono uno Stato (o un’unione di Stati) una potenza di calibro mondiale. Gli interventi in Africa, francesi più che europei, rappresentano un’eccezione, sia per la relativa efficacia nel combattere un nemico identificabile (gruppi terroristici o fazioni di ribelli), reo di violenza contro i civili, ma comunque nel pieno mandato delle Nazioni Unite.

      Questo il mio nonbispensiero. Cordialmente

      AS

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