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Ucraina: verso la pace o il conflitto congelato?

Proseguono i negoziati a Minsk tra Ucraina, Russia, OSCE e le cosiddette Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk: l’ultimo risultato è il memorandum siglato venerdì scorso per attuare i punti del cessate il fuoco su cui ci si era accordati il 5 settembre. Il testo è articolato in 9 punti: cessazione delle ostilità; nessun avanzamento rispetto alle postazioni del 19 settembre; divieto di ogni azione offensiva, ritiro delle armi di calibro superiore ai 100 mm di almeno 15 km dalla linea di contatto; divieto di introdurre armi pesanti nella zona delimitata dalle località Komsomol’skoe, Kumačevo, Novoazovsk e Sahanka; divieto di posizionare nuovi campi minati; divieto per gli aerei militari di avvicinarsi a meno di 30 km alla linea di contatto, dispiegamento di una missione OSCE (80 osservatori già arrivati domenica) e ritiro di tutte le forze straniere e mercenarie.

In questo momento l’incognita principale è il futuro status dei territori occupati dagli eversivi russi nell’est dell’Ucraina. Lo scorso 16 settembre, la Verkhovna Rada, Parlamento ucraino, ha approvato il progetto di legge proposto dal Presidente Porošenko sul futuro status della regione: svolgimento di elezioni amministrative il prossimo 7 dicembre e ampie autonomie per i prossimi 3 anni, incluso l’uso della lingua russa nell’amministrazione locale e la creazione di forze di polizia locali composte da cittadini ucraini residenti permanentemente nel territorio.

Il documento prevede anche relazioni di buon vicinato con le adiacenti municipalità ucraine e russe sulla base dell’accordo di cooperazione transfrontaliera e un’amnistia per i miliziani che non hanno commesso reati gravi e non sono coinvolti nell’abbattimento del volo MH17, a condizione che entro un mese dall’entrata in vigore della legge depongano le armi e liberino i prigionieri e gli edifici amministrativi e non intralcino il lavoro delle istituzioni. Uno status che per certi versi ricorda quello della Republika Srpska in Bosnia, ma, proprio per evitare di finire in una situazione analoga a quella bosniaca, è limitato a tre anni. Sempre che i leader delle autoproclamate repubbliche popolari accettino l’accordo. Nelle scorse settimane avevano infatti dichiarato di rifiutare tutte le soluzioni che non implichino la secessione dall’Ucraina dei territori da loro controllati. Le autorità de facto di Donetsk hanno anche annunciato per il prossimo 2 novembre elezioni presidenziali e legislative.

Mosca. Dal Cremlino è inoltre lecito aspettarsi il sostegno a soluzioni che abbiano l’effetto di impedire l’avvicinamento dell’Ucraina all’UE e alla NATO, anche se al momento entrambe le organizzazioni non sono disposte ad accogliere l’Ucraina. Un possibile e non auspicabile esito sarebbe l’ennesimo conflitto congelato nello spazio post sovietico, dopo Transdnistria, Abkhazia, Ossetia Meridionale e Nagorno Karabakh. Un rischio, perché una situazione del genere renderebbe difficile il ritorno nel Donbass delle persone che sono fuggite e la ripresa economica della regione, mentre molto probabilmente le autoproclamate istituzioni verrebbero finanziate direttamente da Mosca, con gran parte dei fondi dispersi nelle mani di élites locali corrotte, come già avviene in Abkhazia.

Altra opzione che il Cremlino accetterebbe è la federalizzazione dell’Ucraina, con unità federate in grado di porre il veto sulle scelte di politica estera. Il risultato sarebbe costringere dall’esterno l’Ucraina alla neutralità in politica estera, come avvenne per l’Austria nel dopoguerra. Il quotidiano tedesco Die Zeit in un recente editoriale si è scagliato contro una possibile soluzione “austriaca”. L’Austria del dopoguerra era sconfitta, occupata e aveva perso l’indipendenza 7 anni prima. La neutralità fu una soluzione per il ritiro delle truppe. L’Ucraina invece è un Paese indipendente da 23 anni. Il percorso di avvicinamento all’UE è iniziato già dai tempi di Kučma e proseguito con alti e bassi da Jušenko e Janukovič. La rinuncia all’Accordo di Associazione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e scatenato le proteste del Majdan, dopo le quali è stato eletto un nuovo Presidente anche lui filo-europeo. È inammissibile chiudere la porta in faccia all’Ucraina per pressioni provenienti da un Paese terzo.

L’obiettivo principale è ovviamente mantenere l’integrità territoriale del Paese, ma dovendo scegliere tra i due scenari appena descritti, il primo sembrerebbe il male minore. La Georgia e la Moldavia pur avendo regioni che si sottraggono alla propria sovranità sono riuscite a fare importanti passi avanti nel quadro del Partenariato Orientale. La federalizzazione invece, come proposta da Mosca, sembra condurre a uno scenario bosniaco: un Paese politicamente paralizzato.

Photo © European External Action Service, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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