sabato , 24 febbraio 2018
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UE-Turchia: raggiunto l’accordo per la riammissione degli immigrati irregolari

Per un Paese che ha firmato l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea nel lontano 1963 e che ha presentato la propria candidatura ufficiale nel non troppo vicino 1987, essere infine giunti a un accordo sulla riammissione degli immigrati irregolari potrebbe non rappresentare l’obiettivo più ambizioso da raggiungere. Eppure il Commissario europeo per la Giustizia e gli Affari Interni, Cecilia Malmström, l’ha definito “un accordo di importanza storica” attraverso cui “la cooperazione tra l’UE e la Turchia ha fatto un significativo passo in avanti”. Simili espressioni di soddisfazione sono provenute anche dal Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu che ha firmato l’accordo dalla parte turca.

La firma dell’accordo non è stata d’altronde una passeggiata, richiedendo, come ogni trattativa avviata con la Turchia, una lunga fase di negoziazioni, di tira e molla, di condizioni, di richieste e di pretese. Il lancio dell’idea e le prime discussioni informali risalgono al 2002, le negoziazioni sono state formalmente avviate nel 2005 e il testo, pronto nel giugno 2012, è stato poi congelato per un anno a seguito del rifiuto di Bruxelles di concedere una maggiore libertà di movimento ai cittadini turchi sul suolo europeo.

L’accordo firmato ad Ankara, dove si è recata negli scorsi giorni il Commissario europeo, prevede che le parti si impegnino a riammettere entro le proprie frontiere quei cittadini, anche di Stati terzi, che attraverso il loro Paese hanno raggiunto il territorio dell’altra parte contraente. Chiaramente, l’impegno, oltre che politico, comporterà anche uno sforzo logistico ed economico rilevante, se si vuole che le infrastrutture atte a garantirne il rispetto siano davvero efficienti, come osservano alcuni commentatori turchi.

La posta in gioco però è molto alta per il governo di Erdoğan. Infatti, l’accordo firmato in questi giorni costituisce solo il primo tassello di un processo che entro il 2017 dovrebbe (o potrebbe) portare la Turchia a beneficiare della soppressione dei visti per i propri cittadini che intendano varcare la frontiera con l’Unione Europea. Contestualmente alla firma dell’accordo sulla riammissione è stato infatti avviato l’iter, che dovrebbe concludersi tra tre anni.

È stata presentata a tal proposito una roadmap che fissa i passi che la Turchia è chiamata a compiere in vista del prossimo accordo. Nel documento presentato dalla Commissione sono enucleate quattro aree rispetto alle quali la Turchia è tenuta ad adottare delle riforme legislative ed amministrative: si tratta di una lista di prerequisiti che Ankara dovrà soddisfare per poter avere accesso al “visa-free regime”.

Le riforme suggerite riguardano l’area della gestione della migrazione e dei confini, dell’ordine pubblico e della sicurezza, dei diritti fondamentali e della sicurezza dei documenti. La precisione e il rigore degli obiettivi prefissati ricorda le politiche di condizionalità tanto care a Bruxelles, per quanto in questo caso le richieste avanzate dall’UE siano assolutamente funzionali all’implementazione di uno spazio di libera circolazione tra gli Stati membri e la Turchia. Tra gli altri requisiti da soddisfare, ad esempio, la ratifica dei protocolli addizionali della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), numero 4 e 7, che stabiliscono diritti addizionali relativamente alla libertà di circolazione, all’espulsione degli stranieri ed al trattamento dei prigionieri.

Appare quindi chiaro che mentre il processo politico e negoziale è ormai avviato, la strada per condurre ad un regime visa-free fra Unione Europea e Turchia potrebbe essere ben più lunga di tre anni previsti. Inoltre, pur ammettendo che Ankara riesca a soddisfare tutti i requisiti individuati nella roadmap di riferimento, qualsiasi accordo dovrà essere approvato secondo le regole procedurali dall’articolo 218 TFUE e potrebbe quindi scontrarsi con la volontà degli Stati membri.

La Turchia rimane alle porte dell’Unione, vicina della Grecia e della Bulgaria, oscillante tra il desiderio di mantenere la completa indipendenza sfruttando la propria posizione strategica nel Mediterraneo, tra Oriente ed Occidente, e l’attrazione storica verso l’orbita europea. Rimane alle porte dell’Europa, ancora chiuse, in attesa che, almeno per i suoi cittadini, si possano iniziare ad aprire, senza bisogno di un visto che stigmatizzi ancora la sofferta “extracomunitarietà”.

Nell’immagine la stretta di mano tra il Commissario Cecilia Malmström e il Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu (photo: European Commission) 

L' Autore - Livia Satullo

Responsabile UE-Russia - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (“R.Ruffilli” di Forlì), ho da sempre nutrito una tripla passione per il giornalismo, l’Unione Europea e la diplomazia. Ex stagista preso la Rappresentanza Italiana all’UE e giornalista pubblicista dal 2011, ho fatto diverse esperienze all’estero tra cui un semestre di studio a Mosca che mi ha suscitato un’incredibile curiosità per la cultura e la lingua russa. Preparo il concorso diplomatico e nel tempo libro faccio atletica e scrivo racconti.

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