martedì , 14 agosto 2018
18comix

UE-Turchia: ripartire dalla società civile?

Due incontri apparentemente scollegati, quelli che il Commissario per l’Allargamento e la Politica di Vicinato Štefan Füle ha avuto il 9 e 10 aprile con il Direttore Esecutivo del Fondo European Endowment for Democracy Jerzy Pomianowski, e con il Ministro per gli Affari Europei della Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu. L’attualità turca, tuttavia, fa da ponte fra le due visite.

Sono molti gli analisti internazionali, i media, le personalità politiche, i rappresentanti della società civile a condannare la deriva autoritaria del premier Recep Tayyip Erdogan, manifestatasi pubblicamente per la prima volta durante le proteste di Gezi Park e recentemente culminata nel blocco di Twitter e di altri social network per sedicente evasione fiscale. Il crescente controllo dei mezzi d’informazione rappresenta un pericolo per la partecipazione e la libertà di espressione e questi passi, uniti alla retorica populista e intollerante che li accompagna, stanno nuocendo all’immagine internazionale del Paese, in un momento in cui il supporto dei partner occidentali potrebbe risultare molto utile per gestire l’instabilità ai propri confini. Contemporaneamente, gli scandali di corruzione che hanno colpito le alte sfere di governo, alimentano il dibattito sulla trasparenza e credibilità del sistema turco.

Gruppi di giovani attivisti, giornali, radio locali, ONG sostenitrici della partecipazione dal basso sono invece i principali beneficiari del Fondo European Endowment for Democracy (EED). Istituito nel dicembre del 2011, questo strumento mette a disposizione 25 milioni di euro a sostegno del consolidamento di attività sociali e politiche di organizzazioni registrate e non registrate, gruppi sociali, individui, nuovi media, sindacati e partiti politici dell’area di Vicinato. Allo stanziamento iniziale di 6 milioni di euro da parte della Commissione Europea e di 5 milioni della Polonia, sono progressivamente andate ad aggiungersi le donazioni di Svezia, Paesi Bassi, Belgio, Estonia, Repubblica Slovacca, Germania e Svizzera. Dopo un avvio lento (ad agosto 2013 era stato approvato un solo progetto in Azerbaijan in vista delle elezioni), l’EED finanzia ora 81 iniziative, la maggior parte delle quali tenta di coprire quella “zona grigia” di attività e di beneficiari troppo poco strutturati per accedere ai più classici strumenti europei e a cui erano preclusi i fondi locali.

La leadership e la massiccia partecipazione polacca all’iniziativa lascia intendere che nulla nasce per caso e che, molto prima di Euromaidan, una parte dell’Europa guardasse con interesse e preoccupazione alle attività della società civile ucraina. Ad attingervi però, ora, sono anche molte realtà del Caucaso, di Siria, Libia e Tunisia e l’eleggibilità, limitata ai Paesi ENP, potrebbe essere estesa ulteriormente in futuro.

E’ a questo Fondo che i media ed i gruppi di giovani attivisti turchi potrebbero guardare per combattere la repressione di Erdogan. Una goccia nel deserto, sicuramente, ma potenzialmente utile per colmare quell’assenza d’opposizione all’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, che ha ostacolato lo sviluppo democratico del Paese. Nel frattempo, approfittando del Comitato congiunto parlamentare UE-Turchia, Štefan Füle ha sottolineato quanto sia necessaria un’inversione di rotta del Paese nel settore giudiziario e dello Stato di diritto e quanto “il dialogo debba essere intensificato in ogni fase del processo decisionale e trattato come priorità assoluta”.

Le proteste di Gezi Park, così come di Euromaidan in Ucraina, di piazza Tahrir in Egitto, ma anche di piazza Syntagma in Grecia lanciano un doppio messaggio a Bruxelles: il dialogo istituzionale non basta e la “società civile” è un’etichetta che deve essere innanzitutto decifrata, e successivamente sostenuta. Il tentativo dell’Unione Europea di sostenere il panorama associativo nei Paesi in pre-adesione e del Vicinato è concreto, ma per penetrare davvero una realtà magmatica come quella turca sarebbero necessari anche modelli di finanziamento meno burocratici. European Endowment for Democracy è basato su contributi volontari: se l’eleggibilità alle risorse del Fondo venisse estesa, potrebbe significare che l’integrazione della Turchia nell’UE è ancora, silenziosamente, nell’agenda di qualche Stato membro.

In foto un momento delle proteste a Gezi Park nel 2013 (Foto: Alan Hilditch- Flickr)

 

L' Autore - Federica Zardo

Dottoranda in Scienza Politica e Relazioni Internazionali all'Università di Torino. Dopo la laurea in Studi Europei all'Institut d'Etudes Politiques di Bordeaux e all'Università di Torino ho lavorato a Bruxelles alla Rappresentanza Italiana in Consiglio Europeo e per 5 anni come consulente in progettazione europea e valutazione a Torino. Recentemente ho collaborato con il Servizio Europeo per le Relazioni Esterne (EEAS) alla Delegazione di Tunisi. Mi occupo di politica di vicinato, politica di coesione e fondi europei

Check Also

libia

Libia e la roadmap per le elezioni: l’offensiva diplomatica di Macron

A Parigi il 30 maggio scorso è andato in scena il protagonismo francese sullo scacchiere …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *