giovedì , 22 febbraio 2018
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Un Füle “deluso” a Sarajevo: bocciatura per la Bosnia-Erzegovina

“Deluso”. Non usa mezzi termini il Commissario per l’allargamento e le politiche di vicinato Stefan Füle per descrivere la sua reazione all’operato dei politici bosniaci. Deluso dalla mancanza di responsabilità, dai continui litigi fra fazioni, dalle riforme mancate. L’Unione Europea svolge da anni un ruolo chiave nei Balcani, ruolo che diventa essenziale in Bosnia-Erzegovina. Nel cosiddetto “Giardino d’Europa”, l’UE era intervenuta con sempre maggiore decisione durante il conflitto che portò alla dissoluzione della Federazione Jugoslava. A mettere fine alla atrocità di quel periodo furono gli Accordi di Dayton. All’interno di essi è racchiusa anche la stessa Costituzione bosniaca, che tratteggia uno Stato diviso in due Entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Srpska. La prima comprende al suo interno le nazionalità bosniaco-croata e quella bosniaco-musulmana, la seconda è popolata per lo più dalla nazionalità bosniaco-serba. A causa delle terribili violenze perpetuate durante la guerra i rapporti fra le varie nazionalità sono complicate e guidate spesso dalla diffidenza, così che la vita politica del Pese risulta stagnante.

La Costituzione bosniaca è quindi una Carta anomala sotto molti punti di vista. Infatti non nasce in modo democratico: non fu mai sottoposta ad un referendum o ad altro sistema di approvazione popolare, ma è il risultato di un compromesso fra parti opposte. Per questa ragione si presenta come una carta poco lungimirante e a carattere provvisorio. Proprio il carattere provvisorio è evidenziato dal fatto che solo i tre popoli detti “costitutivi”, ovvero bosniacco (i bosniaci-musulmani), croati e serbi hanno diritto di voto e di candidatura per le più alte cariche statali. Su denuncia del rappresentante della comunità ebraica bosniaca Jakov Finci e del rappresentante della comunità rom bosniaca Dervo Sejdic, la Corte Europea per i diritti dell’uomo nel 2009 aveva sentenziato lesivi alcuni articoli della Costituzione, obbligando i funzionari bosniaci ad eliminare o modificare tali parti. Dopo quattro anni di trattative fra i vari partiti politici ancora nulla è stato fatto. Eppure la Carta bosniaca è flessibile, ovvero non richiede per la sua modifica procedure specifiche o il voto unanime dei parlamentari ma semplicemente la maggioranza di due terzi.

L’attuazione della sentenza Finci-Sejdic è sempre più urgente non solo per mettere fine alle discriminazioni oggi esistenti, ma anche per procedere verso una futura integrazione europea, strada iniziata nel 2003. Nel giugno 2012 la Bosnia-Erzegovina e l’UE si erano accordate su alcune riforme  da compiere urgentemente: fra i più importanti c’era proprio il caso Finci-Sejdic, il cui termine ultimo per apportare le modifiche alla Costituzione era stato fissato per la fine di novembre 2012. Termine non rispettato. Füle ha dichiarato il congelamento del cammino bosniaco verso la candidatura ufficiale a membro UE e l’illegittimità dell’elezione della presidenza prevista nel 2014 nel caso essa avvenga sotto l’attuale legge elettorale. Il Commissario per l’allargamento si consulterà nei prossimi giorni con l’Alto Rappresentante per la politica estera Catherine Ashton e con gli Stati membri UE per decidere l’atteggiamento da assumere di fronte all’irresponsabilità dei politici bosniaci.

In una successiva conferenza stampa Stefan Füle ha voluto da una parte rispondere alle accuse che spesso vengono dagli euroscettici e dall’altra chiarire che il percorso di avvicinamento non è certo semplice e immediato per quei Paesi che, come la Bosnia, stanno lavorando per diventare futuri membri dell’UE: «Prima di tutto, non è affatto vero che l’Unione Europea in alcuni casi abbassi le pretese verso un determinato Stato candidato per facilitarne o sveltirne il percorso di accesso all’UE. Inoltre, nel caso bosniaco, l’attuazione della sentenza Finci-Sejdic non sarà più semplice dopo le elezioni del 2014, in quanto tali elezioni non saranno riconosciute dall’Unione Europea». Una presa di posizione netta e forte da parte del Commissario Füle, che intende mettere in chiaro la posizione europea nei Balcani. Sembrerebbe quasi un cambio di politica da parte dell’UE la quale, negli anni passati, tendeva a utilizzare la strategia del “bastone e della carota”. Considerati i pochi passi avanti e la mancanza di responsabilità comune a quasi tutta la classe politica dell’area, il Commissario sembra deciso a scuotere i leader della regione. Con l’augurio che “la strigliata” europea produca presto effetti positivi, risvegliando i politici dal loro torpore e riportandoli alla realtà.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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