domenica , 18 febbraio 2018
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Un’accelerazione, malgrado piazza Taksim: il PE discute dei progressi della Turchia nel 2013

Nel corso dell’ultima riunione in plenaria del Parlamento Europeo, la commissione Affari Esteri (AFET) ha discusso la proposta di risoluzione del PE a proposito del Rapporto 2013 sullo stato di avanzamento dei preparativi della Turchia per l’adesione all’UE, pubblicato dalla Commissione Europea lo scorso ottobre. Ogni anno la Direzione Generale per l’Allargamento pubblica infatti un documento in cui presenta una valutazione complessiva dei progressi compiuti dai Paesi candidati nell’ultimo anno.

Alla luce delle proteste che hanno scosso l’intera Turchia la scorsa estate, è ovvio che il rapporto fosse atteso con una certa trepidazione da entrambe le parti. Dopo un preambolo in cui si ribadisce l’importanza strategica e commerciale della Turchia come partner dell’UE, già nel primo paragrafo del documento, non a caso, è contenuto un riferimento alle proteste: “I fatti di Gezi Park – recita infatti il rapporto – sottolineano l’importanza di promuovere il dialogo all’interno dello spettro politico e della società in generale e la necessità di assicurare il rispetto, nella pratica, dei diritti fondamentali”.

In generale, il rapporto riconosce ad Ankara il merito di aver compiuto passi significativi negli ultimi 12 mesi, come l’adozione della quarta riforma del sistema giudiziario e l’avvio del processo di pace turco-curdo. Allo stesso tempo, la Commissione sottolinea la duplice necessità per Ankara di creare una democrazia inclusiva e partecipativa e di riformare il codice penale e la sua interpretazione, in modo da garantire il rispetto delle libertà di espressione e di assemblea. In un momento tanto delicato per il consolidamento della democrazia turca, è cruciale che l’Unione Europea continui a rappresentare un punto di riferimento indiscusso per Ankara.

Le condizionalità che il processo di adesione porta con sé rappresentano infatti il miglior incentivo all’adozione di riforme politiche da parte della Turchia. Non è certo un caso che i difficili negoziati UE-Turchia abbiano ripreso slancio proprio all’indomani della pubblicazione del rapporto della Commissione, dopo ben tre anni di stallo: il 5 novembre è stato infatti aperto ufficialmente il capitolo II dei negoziati, ovvero quello sulla politica regionale. Oltre ad auspicare la ripresa delle trattative nel più breve tempo possibile, il rapporto della Commissione non manca di sottolineare come il sistema politico turco sia ancora caratterizzato da una forte polarizzazione, al punto che la democrazia è concepita esclusivamente in termini di maggioranza parlamentare – e non di processo di partecipazione.

Tutto ciò si traduce nell’incapacità delle autorità turche di accettare il dissenso e garantire il rispetto delle libertà fondamentali, come è emerso chiaramente durante le proteste scoppiate alla fine di maggio a Gezi Park. Senza usare mezzi termini, il rapporto della Commissione condanna l’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine turche nei confronti dei manifestanti. Sui fatti di piazza Taksim si sofferma anche la proposta di risoluzione del Parlamento Europeo, che ne mette in un luce un altro aspetto: la scarsa copertura delle proteste da parte dei media turchi e il licenziamento di diversi giornalisti che hanno documentato le proteste e criticato la dura risposta del regime.

Il Parlamento Europeo esprime inoltre la propria preoccupazione per il fatto che in Turchia il controllo delle principali testate giornalistiche e delle maggiori reti televisive si concentri in grandi conglomerati, a scapito del pluralismo dell’informazione, e per il fatto che i giornalisti siano spesso costretti a ricorrere all’autocensura. Non a caso Reporters without borders definisce la Turchia «la più grande prigione per giornalisti» e la colloca al 154° posto (in una scala da 1 a 179) nel suo Press Freedom Index 2013.

Con il senno di poi, sembra dunque che le proteste di piazza Taksim non abbiano portato ad un congelamento definitivo del processo di adesione – come alcuni osservatori temevano all’inizio – ma piuttosto ad una sua (relativa) accelerazione. In realtà, il fattore decisivo è stato ancora una volta l’atteggiamento tedesco: all’indomani delle elezioni, Angela Merkel si è mostrata infatti molto meno categorica nella sua ferma opposizione alla ripresa dei negoziati con Ankara. 

Nell’immagine, Piazza Taksim durante le proteste (© Wikimedia Commons).

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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