giovedì , 16 agosto 2018
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Unione Euroasiatica: dubbi e paure nel gioco di Mosca

Mani che si stringono, qualche sorriso, ed una foto a tre: Putin, il padrone di casa Nazarbayev e Lukashenko. Queste le immagini che hanno fatto il giro del mondo insieme alla notizia della firma, il 29 maggio ad Astana, dell’EEUT (Eurasian Economic Union Treaty), un passo avanti rispetto all’Unione Doganale firmata nel 2010. Il trattato entrerà in vigore il 1° gennaio, manca soltanto la ratifica, scontata, dei tre Parlamenti nazionali.

Manca anche l’adesione, per ora, di Armenia e Kirghizistan, che provvederanno probabilmente entro giugno ed entro fine anno. Non mancano invece gli enfatici proclami: “una potenza economica che l’Occidente dovrà riconoscere”, “il contrappeso all’invadenza economica occidentale”, “promuoverà integrazione, libero scambio e legami con partner asiatici”. Così come non mancano, però, i dubbi e le paure.

Dubbi in chi guarda dall’esterno, e vede il peso economico di questo “gigante”, dal PIL complessivo, in realtà, inferiore a quello della sola Francia, o del Regno Unito. Oppure vede le incongruenze nell’evolversi della cooperazione tra i tre, che dovrebbero passare da un’Unione Doganale – che per altro non sembra aver dato troppi frutti, visto che dal 2012 al 2013 gli interscambi sono scesi da 67,8 a 64 miliardi di dollari  – direttamente ad un’Unione economica (non monetaria, la possibilità non è stata ancora discussa). Saltando quindi il normale step della creazione di un mercato unico e dell’abbattimento degli ostacoli alla libera circolazione di beni e servizi. L’accordo non spiega come questo mercato unico funzionerà, ma prevede invece una serie di scadenze: 2016 per il mercato dei prodotti farmaceutici, 2019 per quello dell’elettricità, 2025 per quello – probabilmente il più atteso – dell’energia.

Dubbi anche in chi l’accordo l’ha firmato. Il Kazakhstan ad esempio che, proprio con riferimento al mercato unico, lamenta le barriere non tariffarie mantenute dalla Russia di tipo sanitario, o licenze e certificazioni, che ad esempio limitano l’export di carne kazaka in Russia. La Bielorussia poi lamenta un accordo diverso da quello pattuito, che prevedeva la rimozione degli ostacoli per quanto riguarda medicinali, automobili e petroliferi. Ma soprattutto lamenta il ritardo nel discutere di unione energetica, dovendo continuare a pagare i dazi sul petrolio grezzo acquistato in Russia per poi rivenderlo in Europa (circa 4 miliardi di $ annui, a cui Mosca non sembra voler rinunciare).

Le firme di Nazarbayev e Lukashenko sembrano quindi accompagnate più dalla voglia di “accontentare” il grande partner russo che non da un sincero entusiasmo. Il Kazakhstan ha però bisogno di un contrappeso alla crescente influenza cinese nel Paese. La Bielorussia invece, ha bisogno del gas: 170/180 $ per 1000 metri cubi il prezzo offerto da Mosca, contro i 380-410 $ circa pagati dai Paesi europei. Stesso prezzo che spingerà l’Armenia a firmare entro giugno. Tattica simile a quella usata a novembre con l’Ucraina di Yanukovich.

I dubbi poi, si estendono proprio all’Ucraina. Alimentati dalla comparsa sulla martoriata scena ucraina di chi – su tutti Aleksandr Dugin, consigliere di Putin – questa Unione l’ha ispirata, insieme al concetto di Eurasia. Personaggi che poche settimane fa hanno presenziato alla nascita di Novorossiya, l’unione tra le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk. L’Ucraina era un punto fondamentale nei piani del blocco euroasiatico, avendo da sola una popolazione pari a quella di tutti gli altri partner di Mosca (Kazakhstan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan messi assieme), ma sembra definitivamente perduta (a giugno firma con l’UE). A meno che Mosca, non potendo avere Kiev, non punti ad includere almeno Novorossiya.

Dubbi che più che altro somigliano a paure. Come quella che Mosca, tra accordo con la Cina e Unione Euroasiatica, si stia aprendo la strada verso le tigri dell’est, affamate di risorse, rendendo l’Europa un mercato secondario. Come quella che l’invito venga esteso alla Turchia (Nazarbayev ha accennato: “visto che non procede il negoziato con l’UE…”). Come quella di chi in Armenia e Kazakhstan teme un URSS 2.0 (soprattutto in Armenia ci son state proteste).

Dubbi e paure che l’UE potrebbe limitare. Con lo stesso strumento con cui poteva affrontare la crisi ucraina e lo stallo sul South Stream: il dialogo. La scelta invece, di rinnegare la controparte perché “L’EEUT non è un accordo tra pari” e per “la commistione di interessi economici e politici”, non sembrano orientate nel senso giusto. Come se non fosse il “muro contro muro” o la ricerca di un dialogo “per compartimenti stagni” l’unica, vera, grande stranezza.

Nell’immagine, Maidan Nezalezhnosti (o Euromaidan), manifesto contro l’Unione Euroasiatica (© Marco Fieber, 2014, www.flickr.com)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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