mercoledì , 15 agosto 2018
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Un villaggio nel nord dello Yemen, territorio Houthi © ECHO/T. Deherman - www.flickr.com, 2011

Yemen: la rivolta Houthi preoccupa l’UE

Ennesima crisi politica in Medio Oriente: questa volta ad essere al centro dell’attenzione è lo Yemen. Il 22 gennaio il Primo Ministro Khaled Bahah e il Presidente della Repubblica Abdu Rabu Mansur Hadi si sono dimessi, dopo un estenuante assedio della capitale Sana’a e delle istituzioni statali da parte dei ribelli sciiti del gruppo degli Houthi. L’origine della crisi va ritrovata non solo nella lotta fra le due anime dell’Islam, quella sunnita e sciita, ma anche nelle divergenze tribali nel Paese per la distribuzione dei proventi del petrolio.

La crisi in Yemen

Nell’agosto 2014 il governo vota una riduzione dei sussidi per il carburante, provocando forti reazioni da parte del gruppo degli Houthi, per i quali i sussidi sono un entrata importante. La reazione è immediata: a settembre i ribelli occupano la capitale Sana’a, provocando una crisi di governo e forti scontri con la maggioranza sunnita. La situazione si aggrava anche nel sud del Paese, dove le tribù sunnite chiedono la secessione, ritornando all’ordinamento precedente al 1990, con la divisione dello Yemen.

Prontamente l’ONU interviene, mediando fra le parti con la collaborazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Il 21 settembre, le parti firmano il Peace and National Partnership Agreement (PNPA), che prevede la formazione di un governo tecnico, presieduto da Khaled Bahah e supportato sia dagli Houthi di Ansarullah che dagli autonomisti meridionali.  L’accordo, tuttavia, non è stato mai pienamente rispettato, costituendo uno dei motivi del riacutizzarsi della crisi.

Lo Yemen: un Paese diviso

A gennaio, i ribelli armati degli Houthi rapiscono il capo del Gabinetto e occupano il palazzo presidenziale per impedire una riforma costituzionale che mirava alla divisione del Paese in 6 regioni, lasciando i pozzi petroliferi in mano ai sunniti ed estromettendo gli Houthi dalla condivisione del potere statale. La questione federale, i proventi petroliferi e la condivisione del potere rappresentano i cardini dell’instabilità politica interna.

Da lì in poi, si è assistito gli eventi sono precipitati rapidamente, con le dimissioni del Primo Ministro Bahah e del Presidente Hadi, respinte dal Parlamento, sciolto poi il 9 febbraio, e la dichiarazione delle 4 provincie meridionali di non riconoscere l’autorità del governo centrale.  Risultato: lo Yemen è senza una guida. La comunità internazione è profondamente preoccupata. Se le parti in conflitto non troveranno una soluzione, il Paese potrebbe precipitare nel caos e nel fallimento, terreno fertile per l’espansione di Al Qaeda.

I ribelli hanno cercato di ristabilire l’ordine proponendo la formazione di un consiglio presidenziale ad interim in carica per 1 anno. Con una dichiarazione costituzionale, affidano l’incarico di Presidente ad Ali Nasser Mohammed – ex Presidente dello Yemen del Sud. L’ONU e l’UE non ne riconoscono però la legittimità.

La posizione dell’UE

Per l’Alto Rappresentate per la politica estera, Federica Mogherini, la transizione deve avvenire seguendo il percorso preposto dal PNPA. Posizione reiterata nel Consiglio Europeo del 9 febbraio. L’UE considera che solo un ampio consenso politico possa innescare un processo di riforma costituzionale e una soluzione durevole della crisi, escludendo l’unilateralità delle azioni degli Houthi di Ansarullah. Richiama quindi al dialogo e negoziati. Proposta che viene accolta dalle parti. Nonostante questo, le manifestazioni contro il neo-governo Houthi e le repressioni non diminuiscono. Il disordine persiste, tanto che le ambasciate di Stati Uniti, Italia, Germania, Francia, Arabia Saudita ed Egitto ritirano il loro personale dal Paese.

Le preoccupazioni inerenti alla situazione yemenita riguardano, per quanto possibile, il mantenimento dello status quo nella regione. Un risultato difficile. La perenne instabilità politica e lo scoppio di una guerra civile interna, o peggio, il fallimento dello Stato, potrebbero avere serie ripercussioni sulla regione mediorientale, creando da una parte un terreno fertile per l’espansione di Al Qaeda e dall’altra l’aggravarsi dei fenomeni di pirateria nel Golfo di Aden, già di per sé difficilmente governabili.

L' Autore - Stefania Carbone

Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Siena ed ho ottenuto il Master in European Interdisciplinary Studies al Collège d’Europe-Natolin Campus con una tesi sull’esternalizzazione delle politiche europee in materia di asilo. Sono appassionata di relazioni internazionali e diritti umani.

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