venerdì , 17 agosto 2018
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Genocidio degli Armeni: la risoluzione del Bundestag

La fatidica parola è stata pronunciata. Lo scorso 2 giugno il Bundestag ha approvato una risoluzione che definisce i massacri ai danni degli armeni e di altre minoranze cristiane in Anatolia con il termine Völkermord, cioè genocidio. La Germania diventa quindi il 25° Stato a riconoscere il Genocidio degli armeni. Questo riconoscimento, però sta facendo discutere più degli altri per diversi motivi.

Proprio la Germania

Innanzitutto, la Germania è il Paese che ospita la più grande comunità turca d’Europa (aldilà della stessa Turchia). Ad oggi sono circa tre milioni gli abitanti di origine turca anche di seconda e terza generazione. Tra questi vi sono 11 parlamentari che hanno votato a favore della risoluzione, uno dei quali, Cem Özdemir, leader del Bündnis 90/die Grünen, è anche il principale sostenitore del riconoscimento del genocidio.

La Germania, inoltre, fu indirettamente corresponsabile nel genocidio. Durante la Prima Guerra Mondiale il Secondo Reich era alleato dell’Impero Ottomano e molti quadri militari tedeschi erano sul posto come consiglieri militari. Non presero parte ai massacri, ma le autorità di Berlino sapevano bene cos’era in atto e non fecero nulla per impedirlo. Nel suo discorso, Cem Özdemir ha citato la triste frase di Bethman Hollweg, allora Cancelliere del Reich: “Il nostro obiettivo è mantenere la Turchia dalla nostra parte fino alla fine della guerra, non importa se gli armeni verranno sterminati o no”.

Il momento, le reazioni

Infine, la risoluzione viene adottata in un momento cruciale per l’implementazione dell’accordo UE-Turchia sui rifugiati, di cui la Germania è il principale promotore. La Turchia si trova nel picco di una svolta autoritaria. Il silenzio del governo tedesco sugli abusi commessi in Turchia è imbarazzante e sta creando la percezione che Erdoğan possa agire indisturbato contro i propri oppositori.

Alcune delle reazioni alla risoluzione sono state vergognose. Il Presidente Erdoğan ha proposto di sottoporre a un’analisi del sangue gli 11 parlamentari di origine turca che hanno votato a favore della risoluzione “per vedere se sono veri turchi”. Gli stessi 11 parlamentari sono stati messi sotto scorta dopo aver ricevuto minacce di morte, mentre il Ministero degli Esteri ha sconsigliato loro di recarsi in Turchia. La mattina del 3 giugno molti quotidiani turchi, non solo filogovernativi, hanno pubblicato prime pagine di pessimo gusto con fotomontaggi di Angela Merkel con il baffo di Hitler e la svastica sul braccio e titoli come “Hanno bruciato 6 milioni e mezzo di ebrei e adesso ci accusano di genocidio”.

Il senso della risoluzione

La risoluzione e il discorso di Özdemir al Bundestag avevano un senso ben diverso. Oltre ad aver enfatizzato l’eccezionalità della Shoah, la corresponsabilità tedesca nel genocidio degli armeni e la necessità di riconoscere anche il genocidio di Herero e Nama (popolazioni indigene dell’Africa Sud-Occidentale Tedesca), è stato chiaramente sottolineato che non si tratta di accusare i turchi, ma di contrastare il negazionismo e di rendere merito ai “Schindler turchi”, cioè i governatori e amministratori locali che si opposero alle deportazioni e ai massacri ordinati da Costantinopoli.

Fu proprio con l’ascesa al potere dell’AKP che il genocidio cessò di essere un tabù e si stavano creando le condizioni per una rielaborazione del passato. In quegli anni venne anche avviato il processo di pace con i curdi e i negoziati di pre-adesione all’Unione Europea. Il ritorno allo sciovinismo anti-armeno fa parte di una più ampia svolta autoritaria che ha cause complesse. Si tratta di cause in gran parte interne, ma l’Unione Europea non è stata capace di incoraggiare il processo di democratizzazione dello scorso decennio, né di arginare la recente svolta autoritaria. Prima Bruxelles ha chiuso la porta in faccia a Erdoğan, quando ad Ankara vi era interesse nell’integrazione europea, mentre adesso si è deciso di dare impulso ai negoziati.

La rielaborazione del passato non può invece essere isolata da un più ampio processo di democratizzazione. Questo percorso potrà essere portato avanti solo dalla società turca, ma l’UE può fare di meglio per aiutarlo. Senza una politica coerente e lungimirante, servono a poco le risoluzioni dei parlamenti nazionali, che anzi rischiano di risvegliare la sindrome di Sèvres, cioè la sensazione, per i turchi, di essere circondati dai nemici, aiutando di conseguenza il nazionalismo più aggressivo.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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