venerdì , 17 agosto 2018
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Photo @ Nicolas de Camaret, 2014, www.flickr.com

Grozny: “I salafiti non sono sunniti”

Religione e politica, religione è politica. Dal 25 al 27 agosto, circa 200 delegati della comunità sunnita provenienti da molti Paesi musulmani (tra cui figure che godono di grande considerazione) si sono riunite a Grozny per rispondere alla domanda “Chi sono i sunniti?”. Grandi esclusi, dal convegno e dalle conclusioni finali, i salafiti, e di conseguenza i rappresentanti della principale scuola di pensiero saudita (i wahhabiti) e dei Fratelli Musulmani.

La conclusione del convegno definisce infatti i sunniti come “l’insieme di ash’ariti e maturiditi in termini di credo, i seguaci delle quattro scuole giuridiche degli hanafiti, dei malikiti, degli shafi’iti e degli hanbaliti e i seguaci del sufismo in termini etici e morali”. Nessuna menzione quindi per i salafiti e per il loro ramo saudita, i seguaci del wahhabismo, religione ufficiale di Arabia Saudita e Qatar.

Gli esclusi

L’esclusione dal novero dei sunniti non è casuale. Si tratta infatti di una presa di distanze dalle letture salafite (e in particolare wahhabite) che considerano infedeli (taqfir) gli stessi musulmani non salafiti ed ammettono la violenza come strumento di conversione (taqfirismo). Presa di distanze forte, poi, soprattutto dai gruppi violenti come Daesh o i Talebani, dal loro dichiararsi sunniti e dal loro ricorso al terrorismo e alla violenza: salafiti, wahhabiti e gruppi violenti non sono sunniti.

La reazione saudita non si è fatta attendere. Religiosi, giornalisti e semplici cittadini (attraverso i social network) si sono scagliati contro il convegno, definendolo una strumentalizzazione politica (della Russia contro l’Arabia Saudita, che in Siria ha posizioni opposte e di al-Sisi contro i Fratelli Musulmani in Egitto). Criticata soprattutto la partecipazione del Grande Imam di al-Azhar, guida spirituale dei sunniti egiziani e considerato da molti musulmani la più alta espressione del pensiero teologico sunnita. Le critiche hanno spinto il Grande Imam al-Tayeb a dissociarsi in parte dalle conclusioni, definendo al-Azhar “invitata e non organizzatrice dell’evento” e la sua partecipazione finalizzata al solo saluto iniziale.

Ripercussioni politiche

Il convegno è stato in realtà lo specchio del difficile periodo attraversato dall’Arabia Saudita, aldilà delle difficoltà economiche dovute al calo del prezzo del petrolio e di conseguenza delle entrate. A partire dagli anni ’90 infatti, la patria del wahhabismo ha cercato di diffondere il proprio credo (e in generale quello salafita) in tutti i maggiori Paesi musulmani, finanziando la costruzione di moschee e scuole coraniche affinché creassero proseliti, e garantendosi di conseguenza prestigio e influenza, soprattutto nel Medio Oriente.

Prestigio che ora è sotto attacco. Gli orientamenti salafiti e wahhabiti hanno infatti fatto sì che i loro centri siano quelli dove più spesso si assiste a radicalizzazioni e siano quindi finiti sotto attacco come “centri del terrorismo”. Percezione diffusa in tutta la comunità sunnita, ma anche in Germania e in Francia dove in seguito agli attentati terroristici molti centri salafiti, considerati a rischio terrorismo, sono stati chiusi. È poi di pochi giorni fa anche la notizia simbolica (ma significativa) che gli USA hanno rimosso, per i parenti delle vittime dell’11 settembre, il divieto di citare in giudizio l’Arabia Saudita come responsabile della strage.

Queste percezioni hanno messo in crisi anche il presunto ruolo dell’Arabia Saudita per la stabilità del Medio Oriente. Gli USA non possono più infatti appoggiare apertamente le posizioni saudite in Siria (sembrerebbero sostenere Daesh) e con il riavvicinamento all’Iran sembrano auspicare un crescente ruolo iraniano nella regione. Uno smacco per il wahhabismo e l’Arabia Saudita, che si sono sempre eretti a paladini sunniti del contenimento sciita e dell’Iran.

Un ruolo che gli altri sunniti stanno dimostrando di non riconoscerle. Agli esiti del convegno si aggiungono infatti le polemiche sulla gestione dei luoghi sacri. È recente infatti la pubblicazione da parte di un sito libanese dell’elenco dei nomi delle quasi 90mila persone morte negli ultimi 14 anni durante l’haji. Argomento che ha portato Teheran ad accusare apertamente Ryhad di non essere degna di gestire i luoghi sacri dell’Islam e a vietare il pellegrinaggio, per ora, ai propri fedeli.

La Cecenia, la Russia

Una lettura più ampia del convegno dimostra però come un nuovo attacco al ruolo saudita giunga dalla Russia e come Mosca, organizzatrice e vera vincitrice del convegno, abbia inaugurato una nuova forma di attacco, la delegittimazione religiosa. Il Cremlino vede in cattiva luce la diffusione (finanziata dai sauditi) di centri salafiti nel Caucaso, soprattutto in Dagestan e Cecenia, considerati fucine di terroristi. Già ha dato mano libera in Cecenia a Kadyrov  (e al suo Islam filorusso di Stato) e si oppone apertamente alle posizioni saudite in Siria, sostenendo fazioni opposte. Non può farlo anche in Yemen, dove sembrerebbe sostenere apertamente l’Iran sciita, rischiando di scontentare i circa 20 milioni di musulmani (quasi tutti sunniti) residenti in Russia.

Non potendo contrastare appieno il ruolo saudita dal punto di vista strategico, ha deciso però di aprire un altro fronte, quello religioso. In quest’ottica la “cacciata” dei salafiti dal mondo sunnita è un modo per delegittimare il loro ruolo nel Caucaso, combattere la radicalizzazione e rompere quel legame che appare sempre più evidente (Cecenia, Dagestan, Inguscetia) tra insurrezionalismo indipendentista e radicalizzazione religiosa. Un fronte pericoloso, che può portare nuove frizioni all’interno della comunità sunnita. Se però si dimostrasse in grado di stimolare l’Islam moderato a dissociarsi in modo sempre più forte da estremismi e violenze, potrebbe portare a benefici non trascurabili.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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