venerdì , 25 maggio 2018
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Photo © Hamed Saber, 2009, www-flickr.com

Iran, tra proteste interne e tensioni globali

Con le parole di Anna Vanzan, docente di cultura islamica e iranista, l’Iran può essere definito una “pentola a pressione”.

Nelle scorse settimane i media hanno trasmesso la notizia delle proteste scatenatesi nella Repubblica Islamica dell’Iran, offuscata solo dal torpore delle ferie natalizie. Presto alle discussioni e alle interpretazioni si sono aggiunti i numeri. Ad oggi, venticinque persone risultano uccise e, delle migliaia arrestate durante le proteste, più di quattrocento sono ancora in detenzione. La pressione sotto il coperchio era diventata troppo elevata, il sistema ha cominciato a fischiare e, seppure la rivolta appaia placata, non è cessato l’allarme per lo Stato nato da una delle più epocali rivoluzioni della storia recente.

La reazione politica alle proteste

Lo hanno intuito le stesse autorità della Repubblica islamica: Ali Khamenei, la guida suprema dello Stato dal 1989, ha pubblicamente riconosciuto che il popolo ha dei gravi motivi per lamentarsi. Ciononostante l’ayatollah continua ad accusare i nemici esterni (in primis USA e Isreale) di fomentare le rivolte. Una dichiarazione ancora più forte è arrivata dal presidente iraniano, Hassan Rouhani, che ha riconosciuto come il popolo abbia diritto a esprimere il proprio malcontento e quanto questo sia di natura non solo economica ma anche politica e sociale. Quando la pentola comincia a fischiare, la tattica più conveniente è quella di farla sfiatare. Il comportamento di Rouhani, pragmatico e moderato, può essere interpretato come un tentativo di capitalizzare a livello politico le proteste di piazza, al fine di sostenere il programma di riforme promosso dal suo governo, ancora molto debole rispetto ai poteri profondi della Repubblica Islamica.

Alla radice del malcontento

A dicembre per la prima volta è stato reso pubblico il bilancio della Repubblica per l’anno successivo e questo ha reso evidenti i finanziamenti opachi e le distorsioni economiche dello Stato iraniano. Le proteste che sono scaturite, forse previste ma poi sfuggite di mano allo stesso Rouhani, hanno però radici più lontane e profonde. I manifestanti nelle piazze si ritrovavano dandosi appuntamento su Telegram e cominciavano ad urlare la loro rabbia, rabbia di un paese giovane e frustrato, dove la metà degli abitanti ha meno di trent’anni e vive in uno Stato sottoposto a sanzioni internazionali da ormai quaranta. Rabbia verso l’ipocrisia che vede il divieto di utilizzo dei social media ma dove le stesse autorità diffondono proclami attraverso Twitter e Facebook, perché ognuno sa che dove c’è un veto si inventa il modo per aggirarlo. Le proibizioni e i controlli però restano: un giorno la pentola può sfiatare di più, e allora le ragazze camminano truccate per le strade senza essere fermate, mentre il giorno dopo tutto può cambiare. Da più di un anno la campagna dei mercoledì bianchi coinvolge le donne iraniane in una protesta di orgoglio e coraggio, che rivendica la loro libertà di scelta sul portare il velo.

Una lenta ripresa economica

Rimane tuttavia evidente la miccia di natura economica che ha innescato le proteste. Il paese non ha ancora risentito positivamente dell’alleviarsi delle sanzioni internazionali in seguito all’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, che ha rappresentato un grave colpo al forte nazionalismo iraniano. L’Iran ha accettato limiti e vincoli particolarmente rigidi per quanto riguarda il proprio programma nucleare civile e questo non è ancora stato ripagato dai benefici promessi. La ripresa economica e la reintegrazione nei mercati finanziari mondiali sono processi lenti e graduali, che negli ultimi mesi sono stati resi in particolar modo difficili dalle dichiarazioni del Presidente USA. Dopo aver costantemente attaccato il Piano d’Azione Congiunto Globale firmato a Vienna, Trump ha riconosciuto il rispetto da parte dell’Iran degli accordi sul nucleare, dichiarando però che non vi saranno altre chance di rinegoziare il patto, da lui definito il peggiore mai firmato dagli Stati Uniti.

L’Iran guarda all’Europa

In questo contesto l’Iran continua a guardare all’Europa con speranza. I Ministri degli Esteri di Regno Unito, Francia e Germania in un incontro con la loro controparte iraniana hanno riconfermato la loro adesione all’accordo sul nucleare e l’Alto Rappresentante Federica Mogherini appare come una figura salvifica nella stampa locale. All’Europa viene chiesto di assumere un ruolo di primo piano nella vicenda, di agire a favore della stabilità regionale e internazionale e di schierarsi compatta a sostegno di un compromesso raggiunto dopo decenni di difficile negoziato mantenendosi al contempo fedele al proprio impegno nella promozione del rispetto dei diritti umani, fra tutti la libertà di espressione.

L' Autore - Francesca Capoluongo

Curiosa del mondo e dei suoi abitanti, dedico il mio tempo a comprenderne dinamiche ed emozioni. Amo conoscere lingue straniere, il teatro e camminare. Dopo una doppia laurea italo-tedesca, il Master in European and International Studies dell’Università di Trento mi ha portata a studiare in Turchia, paese a cui sono dedicate le mie attuali attenzioni di ricerca.

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