mercoledì , 21 febbraio 2018
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Photo © ilangkawi, 2009, www.flickr.com

Migranti: il caso uiguri tra Cina e Thailandia

Lo scorso luglio le autorità thailandesi hanno respinto indietro i 109 migranti uiguri rimasti in Thailandia per oltre un anno e che dichiaravano di essere turchi. Secondo l’agenzia ufficiale di stampa cinese Xinhua stavano cercando di raggiungere la Turchia, la Siria e l’Iraq per unirsi alle truppe dell’Isis. La verità però potrebbe essere ben diversa. Questi migranti sarebbero in fuga dalla Repubblica Popolare Cinese dove rischiano di essere imprigionati e subire abusi.

Gli uiguri

Gli Uiguri sono infatti un’etnia turcofona di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang e che è riuscita ad organizzare un movimento autonomista aggressivo ed a volte anche violento a cui Pechino ha risposto in modo forte e deciso. Con una strategia ormai consolidata, nelle zone abitate da minoranze considerate ostili, sono state incoraggiate (se non organizzate) migrazioni di massa di popolazione di etnia Han. Questa strategia è stata attuata in diversi momenti insieme ad una repressione culturale e religiosa ed una marginalizzazione economica. Lo scopo è quello diluire la presenza uigura sul territorio e ibridare le due etnie fino a far scomparire quella più problematica (una soluzione simile è già stata adottata nel Tibet).

Oltre a questa soluzione “soft”, non sono mancate da parte di Pechino violenze e torture con lo scopo di eliminare i movimenti definiti come terroristici. È in questo contesto che si inserisce il rimpatrio dei migranti Uiguri da parte delle autorità thailandesi. Secondo l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, si tratterebbe di una “flagrante violazione del diritto internazionale”. Diversi gruppi hanno manifestato i loro timori per le torture che potrebbero ricevere e non sono mancate proteste ad Istanbul, davanti il consolato thailandese.

Secondo Xinhua, la Repubblica Popolare Cinese considera questi 109 migranti come estremisti plagiati dal Movimento Islamico del Turkestan Orientale e dal World Uyghur Congress. Si tratta di organizzazioni per i diritti uiguri con sede a Monaco, che non godono dell’approvazione di Pechino, specialmente la seconda, dichiarata “organizzazione terroristica” dal governo cinese.

L’appoggio agli uiguri

A livello nazionale la lotta politica per l’indipendenza uigura è supportata sia dai gruppi panturchi che da altri movimenti estremisti musulmani, quali il Movimento Islamico del Turkestan Orientale e l’Organizzazione di Liberazione del Turkestan Orientale. Questi ultimi sono attualmente presenti nella lista nera statunitense dei gruppi terroristici internazionali e sono responsabili di attacchi alla popolazione Han, all’esercito cinese e alle strutture governative presenti nello Xinjiang. Il portavoce del World Uyghur Congress Dilxat Raxit in relazione alla decisione thailandese ha affermato: “La Cina sta difendendo se stessa e si sottrae alle responsabilità per uiguri in fuga a causa della sua politica di repressione. I cosiddetti radicali sono coloro che sperano di fuggire dalla Cina e vivere una vita stabile e dignitosa in un Paese sicuro e libero”.

La decisione della giunta militare thailandese, al potere dopo il golpe del maggio 2014, avvicina il paese alle posizioni di Pechino tra le critiche da Washington per lo scarso rispetto dei diritti umani da parte del governo militare. Il portavoce del governo Werachon Sukondhapatipak in un’intervista al The Bangkok Post ha difeso la mossa del governo affermando di “aver seguito correttamente tutte le procedure”. Mentre il governo cinese ha affidato la sua risposta alla portavoce del Ministro degli Esteri Hua Chunying dichiarando una “forte insoddisfazione e opposizione” alle critiche americane.

Sicurezza e migranti

La vicenda evidenzia approcci diversi al problema dei migranti e del terrorismo internazionale. In primis la tradizionale impostazione cinese a considerare con una certa insofferenza il concetto di diritti umani, percepito come una creazione occidentale che non include il concetto di società e di individuo delle culture orientali. Poi il problema della sicurezza interna: quali sono i limiti per garantirla? Le torture cinesi così come quelle americane praticate a Guantanamo sono una necessità per la sicurezza nazionale o una delle cause del terrorismo? E poi, l’identificazione e la definizione. Quali sono i criteri per garantire una protezione umanitaria oppure rimpatriare individui che hanno deciso di abbandonare il loro luogo di origine?

Il caso thailandese, così come i recenti fatti avvenuti in Ungheria, mostrano la difficoltà ed il rischio di queste decisioni. Il mondo sta cambiando e, come la musica, anche i confini ed i concetti identitari sono sempre più “liquidi”. Se e quando gli Stati saranno in grado di adattarsi a questi cambiamenti rappresenta uno degli interrogativi più interessanti di questi anni.

L' Autore - Daniele Di Cara

Viaggiatore incallito e curioso mi piace vivere il mondo e raccontarlo. Ho esperienze nel settore della cooperazione europea in campo giovanile. In passato ho servito in Ecuador come United Nations Volunteer per l'UNDP e in Bulgaria all'interno del programma europeo SVE. Mi sto specializzando nelle relazioni internazionali dell'Asia orientale.

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