giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © Rita Willaert, 2008, www.flickr.com

Caucaso: in mezzo alla crisi tra Russia e Turchia

L’abbattimento, qualche settimana fa, del bombardiere russo Su24 ha scatenato una grave crisi diplomatica tra Mosca e Ankara. I rapporti bilaterali sembrano compromessi nel lungo termine e la crisi avrà effetti anche su altre regioni, a partire dal Caucaso, che divide fisicamente i due Paesi.

Una crisi già in atto

Già prima di questa crisi la situazione era molto difficile. Negli ultimi due anni la tensione ha raggiunto livelli allarmanti in particolare in due punti: l’Ossetia Meridionale e il Nagorno Karabakh. Il cosiddetto confine amministrativo che separa l’Ossetia Meridionale dal resto della Georgia è gestito dalle forze armate russe, che regolarmente lo spostano verso Sud, arrivando quest’estate ad annettere un tratto del oleodotto Baku-Supsa.

Ancora più alta è la tensione sulla linea di contatto che separa il Nagorno Karabakh e gli altri sette distretti occupati dalle forze armene dal resto dell’Azerbaijan. Negli ultimi due anni gli scontri sono diventati sempre più frequenti e più violenti e si sono estesi anche sul confine di Stato tra Armenia e Azerbaijan.

Russi e turchi nel Caucaso

A prima vista il Caucaso sembra uno scacchiere perfetto per una guerra tra Russia e Turchia: Georgia e Azerbaijan fanno parte di un’alleanza con la Turchia, mentre l’Armenia è membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), una sorta di Patto di Varsavia in formato ridotto, comprendente Russia, Armenia e altre quattro repubbliche post sovietiche.

La situazione in realtà è più complessa. Nonostante le tensioni tra Mosca e Tbilisi riguardanti le due regioni separatiste, le trattative commerciali hanno permesso alla Georgia di mantenere i privilegi commerciali che le erano stati accordati dalla Russia, nonostante la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE. La Russia più che difendere l’Armenia, sembra cercare di espandere la propria influenza su tutta la regione con la politica del divide et impera. Pur essendo il principale garante della sicurezza armena, la Russia è anche il primo fornitore d’armi dell’Azerbaijan.

Il governo di Baku, inoltre, ha una posizione sulla Siria più vicina a quella russa e iraniana. La crisi sta anche minando la coesione all’interno dell’OTSC, già compromessa dalle tensioni in Nagorno Karabakh e in Ucraina, sulle quali i Paesi membri non hanno una posizione unanime. Gli altri quattro membri (Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan e Bielorussia) hanno una tradizione di buoni rapporti sia con Ankara che con Mosca e la crisi li ha messi in una posizione molto scomoda.

Simile è la situazione dell’Abkhazia. La Russia è il principale sostenitore del separatismo abcaso, ma paradossalmente dal 2008, da quando cioè Mosca riconobbe l’Abkhazia non seguita da nessun altro Paese della regione, l’isolamento dell’Abkhazia è cresciuto. L’unico Paese con il quale l’Abkhazia mantiene rapporti di rilievo è la Turchia, dove è presente una nutrita comunità abcasa e con la quale intrattiene legami commerciali, seppure di contrabbando, irritando non poco la Georgia. Rompendo i legami con la Turchia, l’Abkhazia si troverebbe completamente isolata.

La battaglia storiografica

La crisi diplomatica ha coinvolto anche la storiografia, che entrambe le parti usano come strumento politico. Subito dopo l’incidente, alla Duma si è proposto di penalizzare il negazionismo del Genocidio Armeno. Se si considera la posizione di Mosca riguardo gli altri genocidi del Novecento, è difficile pensare che la proposta nasca da necessità morali. Negli ultimi mesi il Cremlino si è opposto al riconoscimento del genocidio di Srebrenica, ha giustificato il Patto Molotov Ribbentrop (tappa essenziale dell’Olocausto) ed è tornato a negare il Holodomor. Simile l’atteggiamento di Erdoğan. Fu proprio con il suo governo che il dibattito sul genocidio Armeno cessò di essere un tabù in Turchia, ma nell’ultimo anno c’è stata un’inversione di tendenza.

Così come gli opposti si attraggono, capita che i simili si respingano. Tra le tante somiglianze tra Erdoğan e Putin forse quella più rilevante è che da alcuni anni entrambi i presidenti hanno sostituito alla crescita economica, come traino dei consensi, il nazionalismo. Scelta che li ha portati in rotta di collisione.

La situazione nel Caucaso è delicata e complessa, ma proprio questa complessità disincentiva entrambi i Paesi da una guerra vera e propria. E’ nel contesto di questa crisi diplomatica e del disimpegno americano nella regione che un ruolo attivo e responsabile dell’UE sarebbe quanto mai necessario.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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