martedì , 20 febbraio 2018
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L’Ucraina dice no: stop alle trattative per l’Accordo di Associazione

“E’ molto difficile da commentare, difficile dire qualcosa”. Così Linas Linkevičius, Ministro degli Esteri della Lituania, Paese che detiene la presidenza di turno dell’Unione, pochi minuti dopo il comunicato ufficiale con cui l’Ucraina, ad una settimana dal decisivo vertice della Eastern Partnership di Vilnius, ha annunciato di aver sospeso i preparativi che potevano condurla alla firma dell’Accordo di Associazione con l’UE. A sorprendere il Ministro degli Esteri lituano, ma probabilmente le intere istituzioni dell’Unione, più che il “no” , sono le motivazioni e le proposte ucraine.

C’erano state infatti più avvisaglie da Kiev: ultima la bocciatura, da parte del Parlamento, di sei disegni di legge del governo per recepire alcune richieste dell’UE. Dei correttivi, in sostanza, al sistema giudiziario, finalizzati a porre fine alla cosiddetta giustizia “selettiva”, manipolabile in base ad esigenze politiche o economiche. Beneficiaria di tali adeguamenti sarebbe stata soprattutto l’ex-premier Julija Tymošenko, che sta scontando una pena di 7 anni per aver, secondo le accuse, negoziato un accordo per la fornitura di gas dalla Russia senza il preventivo assenso del governo (abuso di potere). Detenzione tra l’altro definita “illegale” anche dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo. I sei disegni di legge prevedevano tra l’altro la possibilità per la Tymošenko di recarsi all’estero (in Germania) per ricevere delle cure mediche.

A condannarli al fallimento però è stato proprio il Partito delle Regioni del Presidente Viktor Janukovyč, rivale politico della Tymošenko, i cui rappresentanti si sono astenuti. Salvo poi votare in seguito, paradossalmente, alcuni altri provvedimenti richiesti dall’UE, contenenti modifiche alla legge elettorale. Frustrate quindi le pur deboli speranze di chi riteneva che i ritardi di Kiev nell’adeguare la propria legislazione fossero solo un “bluff” del presidente Janukovyč per ottenere migliori condizioni dall’UE in sede di negoziazione dell’Accordo di Associazione.

Come detto in precedenza però, più che il “no” definitivo all’accordo, sorprendono le motivazioni addotte dal governo ucraino: oltre alle canoniche dichiarazioni, appaiono ambigue le esigenze di “tutelare la sicurezza nazionale” prospettate nel comunicato. Lo stesso contiene inoltre la richiesta di coinvolgere, nel dialogo con l’UE, anche la Russia, creando una sorta di “commissione a tre” che regoli i rapporti commerciali UE-Ucraina-Russia. Questo in quanto Kiev “vuole riprendere un attivo dialogo con la Federazione Russa e gli altri paesi dell’Unione Doganale (Bielorussia e Kazakhstan), ravvivare le relazioni commerciali e rafforzare, con uno sforzo comune, il proprio potenziale economico”.

Parole che risuonano come una ammissione di completa dipendenza da Mosca, non solo economica (tra i paesi dell’area l’Ucraina è quello che dipende maggiormente dalla Russia), ma anche per quanto riguarda le scelte geopolitiche e strategiche.

Numerose le reazioni al comunicato. Il Commissario all’Allargamento Štefan Füle, che in mattinata, dopo la bocciatura dei sei disegni di legge, sembrava pronto al secondo viaggio settimanale verso Kiev, ha annullato il tutto, reputando qualsiasi altro tentativo inutile, malgrado poche ore prima del voto si fosse detto cautamente ottimista. Non è esclusa la convocazione di un Consiglio Affari Esteri da parte dell’Alto Rappresentante Catherine Ashton per discutere della questione.

Forti anche le reazioni interne. Alla bocciatura dei provvedimenti in favore della Tymošenko, in aula, l’opposizione ha urlato “Vergogna” e si è spinta, attraverso Arseniy Yatsenyuk (attuale leader di “Bat’kivščyna“, partito della stessa Tymošenko), a chiedere le dimissioni del governo e l’impeachment per Janukovyč che, sempre secondo Yatsenyuk, non agirebbe per l’interesse del Paese.

La scelta ucraina quindi, in apparenza netta, lascia invece spazio a molti interrogativi. Come ha detto lo stesso Linkevičius, “la scelta non è chiara”, in quanto la Eastern Partnership rappresenta per l’UE un progetto di cooperazione “elastico”, che include paesi come la Moldavia e la Georgia che ripongono molte aspettative nell’UE, ma anche la Bielorussia che è parte dell’Unione Doganale con la Russia e l’Azerbaijan che non aspira in alcun modo ad aderire all’UE, neanche in un futuro lontano. Nelle sue parole, l’Ucraina non aveva che da scegliere il “livello” del dialogo con l’UE, cosa che invece non ha fatto, neanche con il comunicato odierno (dove lascia aperta una porta, pur chiedendo il coinvolgimento di Mosca).

Vince l’amarezza comunque, per quello che rappresenta a tutti gli effetti, per la strategia di dialogo UE, un fallimento. Le ritorsioni economiche, le promesse (Janukovyč il 9 novembre era a Mosca, accordo “di favore” sul gas in vista?) e i metodi di Mosca hanno sempre la loro efficacia.

Nell’immagine, del marzo 2005, un incontro tra l’allora premier ucraina Julija Tymošenko e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin (photo: Wikimedia Commons)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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2 comments

  1. Alessandro Trolese

    E’ un vero peccato che l’Ucraina operi una scelta così netta chiudendo le porte del dialogo con la UE. Questa conclusione deve far riflettere sulle modalità dell’azione europea nello spazio CSI: è impensabile, come d’altronde suggerisce il comunicato ucraino, entrare in quest’area senza coinvolgere la Russia. Non dobbiamo dimenticare che l’Ucraina come anche la Moldavia o i paesi caucasici, fino ad appena 20 anni or sono erano parte integrante dell’URSS, quindi sotto la diretta sovranità di Mosca. Inevitabilmente ogni azione unilaterale di potenze straniere (come UE, Cina o Turchia) viene percepita come atto ostile dal Cremlino.
    La soluzione non può che essere di ripiego, a mio avviso è opportuno considerare di aver raggiunto il confine orientale dell’Unione. Grazie ai legami culturali ed economici,si può ancora sperare di integrare la Moldavia nella UE ma non di spingersi oltre. D’altra parte la priorità per la UE è integrare al suo interno i Balcani, raggiungendo un accordo politico sulla questione del Kosovo.
    Per quanto riguarda il partenariato orientale, discutere direttamente a Mosca invece che passare per vie traverse, riconoscendo alla Russia il suo spazio d’influenza e coinvolgendola nella gestione dell’Europa Orientale. In questo modo sarà possibile raggiungere degli obbiettivi importanti ed aprire quei paesi agli investimenti occidentali.
    L’Ucraina costituirà un ponte strategico tra l’Europa e la Russia e allo stesso tempo uno stato cuscinetto. Costruendo una fitta rete di infrastrutture come autostrade, ferrovie, porti e pipeline, gli scambi commerciali e culturali tra i continenti asiatico ed europeo s’intensificherebbero risollevando le economie dei paesi dell’Est e dell’Ovest. Tutto questo sarebbe realizzato da joint-venture euro-russe in base ad accordi programmatici trilaterali tra Bruxelles Kiev e Mosca. Forse la via per risollevare l’economia europea non è verso Ovest (accordo di libero scambio con gli USA) ma verso Est (Russia e Asia).
    Con l’arrivo di investimenti misti si migliorerebbero le depresse condizioni di vita delle popolazioni in loco. Nel lungo periodo, uno standard di vita migliore susciterà la nascita di una società civile e la richiesta di diritti e di un sistema politico e giudiziario trasparente.
    A mio avviso pensare di raggiungere immediatamente questi obbiettivi, senza tener conto delle condizioni socio-economiche del paese è illusorio, come anche pensare che da sola l’Europa possa “trasformare” un paese tanto distante.

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