lunedì , 19 febbraio 2018
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Foto © Latvian Foreign Ministry / Flickr 2015

Partenariato orientale, deluse le attese del vertice di Riga

di Francesco Celentano

Il Partenariato orientale, istituito nel 2008 su proposta di Polonia e Svezia, è tornato a far parlare di sé in queste ultime settimane in occasione del vertice di Riga del 21 e 22 maggio.

La Politica Europea di Vicinato

Il Partenariato si inserisce nel più ampio quadro della Politica Europea di Vicinato (PEV) promossa dall’Unione europea tra il 2003 e il 2004, ma ben presto passata in secondo piano a causa dell’eterogeneità dei paesi coinvolti e dalla evidente difficoltà di perseguire un obiettivo come la coesione politica ed economica tra l’Europa e un insieme di Stati vicini geograficamente, ma distanti sotto troppi punti di vista.

L’iniziativa polacco-svedese coinvolse sin da subito sei Paesi appartenenti all’ex Unione Sovietica – Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia, Ucraina – che si sono trovati a scegliere tra una politica estera più vicina alla realtà europea o russa.

La posizione russa

Il Partenariato continua a suscitare le polemiche dei russi, intenti a ravvivare la collaborazione con il blocco ex sovietico e indispettiti dagli interventi europei in Georgia, Ucraina e di recente anche in Macedonia, vissuti da Mosca come vere e proprie intrusioni nella politica interna ed estera di questi Paesi.

Storica dimostrazione della tensione che ne è derivata, la dichiarazione (mai smentita dal Cremlino) rilasciata nel 2009 dal capo della missione diplomatica russa a Bruxelles Chizhov, che interpretava l’accordo come la volontà europea di porre i sei Paesi coinvolti davanti ad “un artificioso e inventato dilemma: o con l’Unione europea o con la Russia”. A replicare per primi furono gli Stati Uniti che, per bocca della portavoce del Dipartimento di Stato Harf parlarono di “pressioni russe sui Paesi coinvolti nel Partenariato, vittime dell’opera di disinformazione in tutta la regione orientale”.

Il Partenariato ha comunque retto i colpi inferti dai due poli contrapposti e proseguito, mitigandola, la propria opera di avvicinamento e sostegno ai Paesi coinvolti. Tra il 2009 e il 2013 si sono calcolati aiuti per oltre 600 milioni di euro da parte dell’Unione Europea ai partner orientali, mentre la Moldavia e la Georgia hanno firmato gli Accordi di Associazione che dovrebbero garantire all’Europa una maggior presenza politica sul fianco orientale del continente. Gli aiuti economici sono stati destinati all’implementazione delle politiche democratiche e di tutela dei diritti umani nei Paesi coinvolti, dando vita in alcune occasioni aspri dibattiti.

Il vertice di Riga

L’attesa per il vertice di Riga di fine maggio si è rivelata vana. Molti protagonisti della politica europea, primo tra tutti il Presidente del Parlamento Europeo Schulz, hanno parlato di un evidente blocco delle politiche di vicinato rendendo evidente la difficoltà, per l’Unione, di intrattenere rapporti duraturi e stabili con i Paesi dell’Est Europa. Ovviamente alla base delle difficoltà emerse dal vertice di Riga appare centrale la situazione conflittuale con la Russia. Situazione intensificata dalle sanzioni europee contro il colosso euroasiatico e inasprita dai costanti interventi occidentali nella politica dei Paesi dell’ex blocco sovietico.

La dichiarazione finale sottoscritta dai partecipanti al Summit è apparsa a molti osservatori vaga per quanto riguarda la crisi ucraina ed è stata, evidentemente, il frutto di un’intensa mediazione, a tratti compromissoria, tra i Paesi europei, gli aspiranti aderenti e gli altri partecipanti.

Da Riga è arrivato forte e chiaro un messaggio non proprio positivo per Bruxelles. I Paesi del Partenariato sono ormai divisi in due fronti: da una parte Ucraina, Georgia e Moldavia che puntano a diventare membri dell’Unione e perseguono quindi politiche più moderate e riformiste; dall’altra Armenia, e Bielorussia che hanno aspirazioni diverse e restano più vicini all’orbita russa. Tutto questo mentre la Commissione Junker non ha mancato di dichiarare in più occasioni la propria contrarietà a un eventuale allargamento ad Est, almeno per i prossimi cinque anni.

Il rischio, per i paesi del Partenariato più vicini all’UE, è di far apparire l’Unione all’opinione pubblica interna come un soggetto debole in ambito internazionale, rafforzando le posizioni dei filo-russi e minando il difficile percorso di riforme intrapreso dai governi, soprattutto in Ucraina.

L' Autore - Francesco E. Celentano

Classe 89', dottorando di ricerca in diritto internazionale e dell'Unione europea presso l'Università di Bari. Mi occupo di disastri naturali e regioni polari dal punto di vista giuridico. Già tirocinante presso il Consolato statunitense a Napoli prima e presso l'Organizzazione marittima internazionale poi. Laureato in Giurisprudenza, ho scritto la mia tesi su Consiglio di sicurezza ONU e proliferazione nucleare nel corso di un periodo di ricerca presso l'Ufficio ONU di Ginevra. Appassionato, fin da piccolo, di geopolitica, mi sto specializzando nello studio delle relazioni esterne dell'Unione europea e dell'attività delle Nazioni Unite, con un'attenzione particolare all'area dell'Asia Pacifico. Orgogliosamente ex rappresentante degli studenti ed attuale segretario dell'Associazione dei laureati del mio Ateneo. Twitter: @cesco_cele

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