martedì , 14 agosto 2018
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Photo © Kārlis Dambrāns, 2015, www.flickr.com

Riga, un vertice dal basso profilo

Lo scorso 21 e 22 maggio, i rappresentanti delle istituzioni europee, dei 28 Paesi membri e dei sei partner orientali si sono riuniti nella capitale lettone per il quarto vertice del Partenariato Orientale. Dall’ultimo vertice, tenutosi a Vilnius nel novembre del 2013è passato solo un anno e mezzo, malgrado l’impressione di essere in un’altra era. Da allora infatti cambiamenti epocali sono avvenuti, soprattutto in Ucraina dove la rivoluzione del Majdan ha portato a un cambio di governo e di presidenza al quale è seguita la prima invasione territoriale in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Non solo Ucraina

La gravità della situazione ucraina ha preso sicuramente la ribalta, ma anche gli altri cinque Paesi hanno problemi molto gravi. La Moldavia, considerata prima della classe e per questo meritevole di una liberalizzazione dei visti, si trova in una situazione di stallo politico. Il potere reale è nelle mani dei due principali oligarchi: Vlad Filat e Vladimir Plahotniuc che tengono le redini rispettivamente del Partito Liberal-Democratico e Democratico e che ostacolano l’implementazione delle riforme previste dall’Accordo di Associazione. Questa situazione, aggravata da scandali di corruzione di enormi proporzioni, sta facendo crollare l’immagine dell’UE presso i cittadini di etnia rumena, mentre il tradizionale euroscetticismo delle minoranze viene alimentato dal Cremlino.

Rimane poco stabile anche l’altro Paese virtuoso, la Georgia, che ha recentemente avuto un rimpasto di governo, che ha fatto ipotizzare che fosse a rischio l’orientamento euro-atlantico. La Georgia ha problemi ancor più seri con l’integrità territoriale. Le due repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossetia meridionale hanno recentemente firmato accordi con la Russia, assimilabili ad un’annessione de facto. L’Azerbaijan si trova sull’orlo della guerra con l’Armeniamentre continuano gli arresti di dissidenti con accuse ridicole. Le critiche europee sono state timide, ma pare che siano bastate per infastidire Aliyev, che non si è recato al vertice, mandando in sua vece il Ministro degli Esteri Mammadyarov.

Le poche decisioni

Il vertice non è stato caratterizzato da eventi e decisioni epocali. Gli unici elementi di rilievo sono stati la concessione di un prestito da 1,8 miliardi di Euro all’Ucraina nel quadro del programma di assistenza finanziaria e il lancio del servizio per le PMI nel quadro della DCFTA.

Per quanto riguarda la circolazione delle persone, Ucraina e Georgia devono ancora implementare la seconda fase del piano d’azione per la liberalizzazione dei visti. Armenia, Azerbaijan e Bielorussia, invece, stanno ancora negoziando l’accordo di riammissione e per la facilitazione dei visti.

Poco coraggio

Nessun passo avanti rivoluzionario invece. Per vedere cambiamenti radicali bisognerà aspettare perlomeno il compimento della revisione della PEV e della Strategia di Sicurezza Europea. Il problema principale resta lo stesso. I Paesi partner stanno implementando riforme politicamente molto costose e, nel caso dell’Ucraina, affrontando un’aggressione militare. La prospettiva di adesione all’UE sarebbe un grande incentivo che ha già funzionato in Europa Centro-Orientale. Le dichiarazioni di Hollande e Merkel però non hanno lasciato neanche la speranza di un’apertura in tal senso nel breve termine.

Le divisioni sono risultate evidenti non solo all’interno dell’UE, ma anche tra i partner. Ci sono stati problemi nella definizione dello status del Nagorno Karabakh e sul termine da usare per descrivere l’annessione russa della Crimea. Il vertice, come previsto, non ha reso felice Putin. Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato un comunicato in cui si accusava il Partenariato Orientale di essere un’iniziativa antirussa volta a creare divisioni in Europa. In realtà la DCFTA proposta da Bruxelles è del tutto compatibile con l’area di libero scambio della CSI.

I problemi sono stati semmai creati dal lancio dell’Unione Doganale, ora diventata Unione Economica Eurasiatica, che ha costretto i vicini comuni a dover scegliere tra i due progetti, pur avendo un legittimo interesse nello sviluppare legami commerciali con entrambe le entità. Il vertice verrà pertanto ricordato più per la simpatica accoglienza di Juncker che per elementi concreti. Tutti i Paesi partner si trovano in una situazione difficile e servono risultati tangibili in tempi ragionevoli, l’UE agisce però con estrema lentezza.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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