mercoledì , 21 febbraio 2018
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Verso il vertice di Vilnius: uno sguardo alla Georgia

La strada, stavolta, sembra quella giusta. Da sempre il più filo-occidentale dei Paesi caucasici, la Georgia sembra destinata a precedere gli altri nel percorso di avvicinamento all’UE. Il 28 e 29 novembre infatti, a Vilnius, il neo-Presidente Margvelashvili dovrebbe inizializzare l’Accordo di Associazione con l’UE, ultimo step prima della vera e propria firma (settembre 2014) ed entrata in vigore (gennaio 2015) dell’accordo stesso. Si tratta, per la Georgia, del coronamento di un percorso iniziato nel 1999, con il Partnership and Cooperation Agreement (PCA), proseguito nel 2006 con l’inclusione nella PEV (Politica Europea di Vicinato) e l’avvio dell’Action Plan e poi nel 2009 con la Eastern Partnership.

Percorso fortemente voluto dall’ex-Presidente Saakašvili (padre-padrone della politica georgiana dal 2004), ma paradossalmente concretizzatosi, probabilmente, solo grazie alla sua uscita di scena. Saakašvili infatti mirava ad avvicinare la Georgia all’Occidente attraverso lo scontro aperto con la Russia, con cui nel 2008, sperando che la NATO intervenisse al suo fianco, era arrivato addirittura alla guerra per Abkhazia e Ossezia del sud, territori georgiani auto-proclamatisi indipendenti e riconosciuti solo da Mosca (che tuttora vi mantiene dei contingenti armati). Una “Guerra dei 5 giorni” fermata solo dalla mediazione occidentale, mentre la battaglia diplomatica e commerciale è proseguita, con il boicottaggio russo dei prodotti georgiani, soprattutto vino, di cui Mosca era la maggiore acquirente.

É in questa situazione, nel 2012, che sale alla ribalta il “Sogno Georgiano” di Bidzina Ivanishvili, l’uomo che ha pian piano eroso il potere di Saakašvili, sconfiggendolo prima alle elezioni legislative (nel 2012) e poi alle presidenziali, poche settimane orsono (vittoria di Margvelashvili, sostenuto da Sogno Georgiano). L’ascesa di Sogno Georgiano aveva inizialmente preoccupato l’Occidente, in quanto il movimento aveva raccolto il consenso delle componenti filo-russe e della potente chiesa ortodossa locale, sospettosa dei valori occidentali e favorevole al riavvicinamento alla tradizionalista Mosca. Ivanishvili tra l’altro fin dalla campagna elettorale aveva dichiarato di voler riallacciare i rapporti con Mosca. C’era quindi chi temeva che con la sua vittoria si potesse assistere ad un vero e proprio cambio di orizzonte da parte della Georgia.

Questo cambiamento invece non c’è stato, anzi. Ivanishvili è riuscito, in parte, dove Saakašvili aveva fallito: coniugare il percorso europeo ad una distensione dei rapporti con Mosca. E’ riuscito per esempio ad interrompere il boicottaggio dei vini (fino allo scorso agosto) e probabilmente ad instaurare una cooperazione in vista dei giochi olimpici invernali di Sochi 2014. Il tutto imprimendo un’accelerata anche alle riforme richieste dall’UE, ottenendo vistosi progressi nella democratizzazione, nella lotta alla corruzione, nella libertà dei media e nella tutela dei diritti delle minoranze ed ottenendo il plauso delle istituzioni europee.

Certo, l’eventuale via libera a Vilnius non significa che il percorso della Georgia sia concluso: servono altre riforme e per abbinare all’AA anche un regime di liberalizzazione dei visti, la Georgia deve ancora completare gli 11 adeguamenti richiesti dall’UE (ne mancano 6). L’UE ha poi domandato maggiore attenzione in tema di giustizia, di cui è necessario consolidare l’indipendenza: ha generato per esempio qualche sospetto l’arresto di ex-componenti dell’esecutivo UMN (partito di Saakašvili) accusati di corruzione, per cui l’UE ha chiesto più volte un procedimento equo e non condizionato da motivazioni politiche.

Il parziale miglioramento dei rapporti con Mosca non significa neanche la rinuncia russa alle ingerenze su Tblisi ed alla speranza di coinvolgerla nell’Unione Euroasiatica. Al raggiungimento degli step richiesti dall’UE infatti, Mosca ha sistematicamente fatto coincidere nuove forme di ritorsione e pressione: minacce all’integrità territoriale, consolidando il limite amministrativo tra Georgia ed Ossezia e rendendolo un vero e proprio confine, o guerra commerciale, adducendo “motivi sanitari” per bloccare nuovamente il vino georgiano. Metodi che per ora non sono riusciti a convincere la Georgia a cambiare i propri obiettivi, anche perché l’eventuale adesione all’Unione Euroasiatica significherebbe rinuncia ai benefici derivanti dalla propria posizione geografica, vero e proprio crocevia per gli idrocarburi di provenienza russa e kazaka in afflusso verso l’UE. E perché un accordo con l’UE sarebbe opportunità di accesso ad un ampissimo mercato, nonché di afflusso di ingenti investimenti esteri. 

Motivazioni economiche, per ora sufficienti. Probabilmente per rafforzarle servirebbe una prospettiva, quella dell’adesione nel lungo termine, che però gli accordi per i Paesi della Eastern Partnership non includono (ma neanche escludono). Ma son prospettive di lungo termine, appunto. Tornando al breve termine ed al vertice di Vilnius, per l’UE, visti i fallimenti in Armenia ed Ucraina, la voglia di Europa della Georgia sembra già un successo.

Nell’immagine, incontro tra la presidente lituana Dalia Grybauskaitė e il neo presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, nel novembre 2013. Dopo la sua elezione, ottobre 2013, il leader di Sogno Georgiano Ivanishvili si è dimesso dall’incarico di premier (20 novembre), ritenendo la sua “missione” compiuta. (photo: Wikimedia Commons).

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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