mercoledì , 21 febbraio 2018
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Verso il vertice di Vilnius: uno sguardo all’Armenia

Anche l’Armenia si prepara al Vertice di Vilnius, nonostante le aspettative siano basse. La situazione della piccola repubblica è infatti molto difficile e le scelte in materia di commercio internazionale vengono dettate dalle necessità di sicurezza. Il tema caldo della politica estera armena negli ultimi due decenni è stato il conflitto del Nagorno Karabakh, “congelato” nel 1994 con l’Accordo di Bishkek, un cessate il fuoco. Da allora proseguono complesse trattative in seno al Gruppo di Minsk dell’OSCE. Lo scorso 19 novembre si è tenuto a Vienna un incontro tra i due capi di Stato, l’armeno Sargsyan e l’azero Aliyev: i due Presidenti non si sono nemmeno stretti la mano.

Le ostilità con Azerbaijan e Turchia compromettono fortemente lo sviluppo economico dell’Armenia che, oltre a non avere sbocchi al mare, non può diventare Paese di transito degli idrocarburi provenienti dalle coste azere del Mar Caspio e diretti verso l’Europa. L’Armenia quindi si trova in una situazione economica molto più difficile dell’Azerbaijan. Negli ultimi mesi i rapporti tra i due Paesi sono peggiorati ulteriormente. Il cessate il fuoco viene frequentemente violato e il linguaggio politico si è fatto più aggressivo. La disparità a livello economico e militare a favore di Baku fa sì che l’Armenia necessiti dell’appoggio della Russia, che si è dimostrata molto abile nello sfruttare la vulnerabilità dell’Armenia per condizionarne la politica estera. Pare infatti che sia stata proprio la vendita di armi della Russia all’Azerbaijan a indurre il Presidente Sargsyan lo scorso settembre a rinunciare a sorpresa alla firma dell’Accordo di Associazione con l’UE, dopo più di tre anni di negoziati, e ad optare per l’adesione all’Unione Doganale proposta da Mosca.

L’Armenia ha scelto la via più facile. L’Unione Doganale manterrà lo status quo e la Russia continuerà ad essere il principale attore nell’economia armena, mentre gli investitori esteri saranno scoraggiati non solo dall’inefficacia di un sistema corrotto e oligarchico, ma anche dalle alte barriere tariffarie imposte dall’UD. L’Area di Libero Scambio Globale e Approfondita (DCFTA) che l’Accordo avrebbe creato, avrebbe invece richiesto difficili riforme, che però nel lungo termine avrebbero reso l’Armenia un’economia competitiva e integrata nel mercato comune europeo.

La decisione di aderire all’UD è stata accolta dalle critiche dell’opposizione. Il candidato alle elezioni presidenziali dello scorso febbraio Levon Zurabyan ha puntato il dito sulla mancanza di dibattito pubblico sull’adesione all’UD, mentre l’ex Ministro degli Esteri Raffi Hovannasian ha paragonato la mossa all’accordo tra URSS e Turchia del 1921 che spartiva i territori dell’Armenia storica tra le due potenze.

Il Commissario all’allargamento e al vicinato Stefan Füle ha reso chiaro che la parte politica dell’Accordo non può essere separata dalle questioni commerciali, come richiesto da Sargsyan. Il dialogo tuttavia andrà avanti su questioni tecniche, come la facilitazione del regime dei visti e la tutela dell’ambiente. Così, un mese fa l’Armenia, insieme a Georgia e Moldavia, ha aderito alla Eastern Europe Energy Efficiency and Environment Partnership (E5P), un’iniziativa ideata dalla Presidenza svedese del Consiglio nel 2009, cofinanziata dall’UE, da Paesi membri e non e da varie istituzioni finanziarie internazionali.

Il fallimento della strategia dell’UE in Armenia mette in evidenza alcuni limiti della politica estera europea, divisa in maniera innaturale in diversi regimi giuridici mal coordinati tra loro. Il governo di Yeravan ha scelto l’offerta economica peggiore da un lato perché comportava costi politici minori, ma soprattutto perché la Russia è stata abile a legare l’integrazione economica con esigenze di sicurezza, che Bruxelles invece non può garantire. I Paesi che formeranno l’Unione Euroasiatica saranno probabilmente gli stessi che già fanno parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva.

Nei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale in passato la prospettiva della membership ha fatto compiere passi da gigante, ma per il momento è una prospettiva del tutto assente per i paesi del Partenariato Orientale. In territori con problemi di sicurezza, come ad esempio nel Nagorno Karabakh, l’Unione Europea ha invece stentato ad imporsi come fattore di stabilizzazione. L’auspicio è che il fallimento in Armenia spinga gli Stati membri verso una coordinazione più stretta tra i vari rami della politica estera dell’UE.

Nell’immagine la bandiera armena sventola accanto a quella russa, a Gyumri seconda città dell’Armenia. Dopo anni di negoziato con l’UE, Yerevan (o Erevan) sembra aver optato per l’Unione Euroasiatica (Foto: Wikimedia Commons).

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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