giovedì , 16 agosto 2018
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Verso il vertice di Vilnius: uno sguardo all’Ucraina

E’ quasi terminato il conto alla rovescia per il Vertice di Vilnius, in programma per il 28 e 29 novembre, durante il quale alcuni dei Paesi del Partenariato Orientale (a questo punto solo Moldavia e Georgia) dovrebbero inizializzare un Accordo di Associazione con l’UE. Assente dal tavolo dei negoziati sarà l’Ucraina. Questo malgrado fino a poco tempo fa il presidente ucraino Viktor Janukovyč, da sempre di orientamento filo-russo, sembrasse determinato a firmare l’Accordo di Associazione con l’UE.

Nonostante la pressione politica ed economica di Mosca infatti, l’avvicinamento strategico all’UE sembrava deciso ed all’inizio di settembre lo stesso Janukovyč si era rivolto alla Rada, il Parlamento ucraino, caldeggiando l’adozione delle leggi necessarie alla firma dell’accordo. Restava un solo nodo da sciogliere: la posizione dell’ex premier Julia Timošenko, condannata nel 2011 per abuso di potere, la cui liberazione era ed è richiesta dall’UE.

A sole due settimane dal vertice invece, a Kiev la situazione è invece precipitata in maniera repentina. Il 10 novembre Janukovyč ha effettuato una visita a sorpresa a Mosca, alimentando polemiche. Il sito ufficiale di Janukovyč aveva annunciato il giorno stesso che il Presidente si sarebbe recato nella Federazione russa, senza aggiungere altro. Sul “Den”, quotidiano centrista di Kiev, si leggeva che “il sito del Presidente Putin non ha fornito alcuna informazione, e questa segretezza ha prodotto ogni genere di speculazioni e insinuazioni”. Su un altro quotidiano,il “Kyiv Post”, si parlava invece di “pressioni da parte di Mosca” e addirittura di una “guerra commerciale contro l’Ucraina” a cui “l’economia ucraina non sarebbe in grado di resistere”, perché “molti settori dell’economia del Paese sono dipendenti dalla Russia”.

Riunita in sessione straordinaria il 13 novembre, la Rada aveva invece rinviato al 21 novembre il voto sui sei progetti di legge per il ricovero dei detenuti all’estero. Provvedimenti che, richiesti dall’UE, avrebbero consentito il rilascio della Timošenko (per ricevere cure in Germania) e sarebbero quindi stati un via libera alla firma dell’accordo. Tali norme sono stati bocciate, il 21 novembre, a causa dell’astensione del Partito delle Regioni, guarda caso proprio il partito di Janukovyč. La notizia ha preceduto di poche ore il comunicato con cui il premier Mykola Azarov annunciava la firma di un decreto per “sospendere il processo di preparazione dell’accordo di associazione tra Ucraina e UE”. In pratica, secondo il governo le condizioni imposte dall’UE (costo stimato in 115 milioni di €) e le ritorsioni di Mosca sarebbero state insostenibili per la fragile economia ucraina.

Conseguentemente il governo affermava di voler rilanciare le relazioni economiche con la Russia e di volerla coinvolgere in un negoziato a tre con l’UE in cui discutere dei rapporti commerciali UE-Ucraina-Russia. In realtà nei giorni scorsi, lo stesso Azarov ha dichiarato anche che l’UE offriva un miliardo di euro, in 7 anni, come incentivo per la firma dell’accordo, cifra che a suo parere non avrebbe costituito un adeguato compenso al conseguente peggioramento dei rapporti con la Russia (“Un offerta che si fa ad un mendicante”, pare l’abbia definita).

La decisione del governo ha generato numerose proteste nel Paese. L’opposizione si è riversata nelle piazze sventolando bandiere dell’UE ed occupando, a Kiev, piazza Europa e piazza Maidan Nezalezhnosti, simbolo della rivoluzione “arancione”, filo-occidentale del 2004. In piazza Europa sono stati creati anche dei presidi, sgomberati poi con la forza dalla polizia. Polizia con cui ci sono stati anche scontri, soprattutto dopo la discesa in piazza, insieme ai manifestanti, dei nazionalisti di “Svoboda”. La Timošenko ha invece annunciato uno sciopero della fame, per solidarietà verso i manifestanti.

Numerose le reazioni anche in Europa. “Delusione non solo per l’UE ma, crediamo, per tutto il popolo ucraino”, ha commentato Catherine Ashton. In un comunicato congiunto il Presidente della Commissione Barroso e quello del Consiglio Europeo Van Rompuy hanno invece affermato che “l’UE non forzerà nessun partner a scegliere tra lei ed un’altra entità regionale”, aggiungendo però che “la scelta del governo ucraino non tiene conto dei benefici di lungo periodo della partnership e della volontà delle piazze ucraine”. Il comunicato contiene poi anche una condanna delle pressioni esterne di Mosca, che invece “avrebbe tratto anche lei beneficio da un aumento degli scambi UE-Ucraina”. Alcuni membri del Parlamento Europeo (tra cui Elman Brok, chairman della commissione AFET) si sono spinti anche oltre, intimando al governo di Kiev di non usare la violenza per reprimere le proteste di piazza.

E’ stata una decisione difficile, ma inevitabile”, le parole usate da Janukovyč per difendersi da chi lo accusa di aver ceduto alle pressioni russe “ma nessuno ci ruberà il sogno di un’Ucraina europea”. Rubare forse no, ma il “giovedì nero”, come il quotidiano “Ukrainskaya Pravda” ha definito il 21 novembre, questo sogno l’ha per ora interrotto. Prima ancora di averlo cominciato.

Nell’immagine, bandiera dell’Ucraina (photo: Wikimedia Commons)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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