mercoledì , 15 agosto 2018
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Vilnius 2013: la chiusura di un vertice in chiaro-scuro

“Quando nel 2009 abbiamo dato il via alla Eastern Partnership, l’obiettivo era di creare tra l’UE ed i suoi partner orientali una solida piattaforma di cooperazione, per costruire un’area comune in cui condividere democrazia, prosperità, stabilità e scambi commerciali sempre crescenti”, così ha parlato il Presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy, dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, in occasione della chiusura del vertice della Eastern Partnership di Vilnius, tenutosi il 28 ed il 29 novembre.

Un vertice che ha visto delle buone notizie per l’UE, come l’inizializzazione degli Accordi di Associazione con Georgia e Moldavia, la firma di un Visa Facilitation Agreement con l’Azerbaijan e di un accordo per la partecipazione della Georgia ad operazioni di crisis management a guida europea. Buone notizie a cui si può senz’altro aggiungere l’annuncio della Bielorussia di voler negoziare un accordo per la liberalizzazione dei visti. Da contraltare hanno fatto ovviamente i recenti sviluppi in Ucraina, fino a poche settimane fa la destinataria, tra i sei Paesi coinvolti, del più ambizioso programma dell’UE, avviata nelle intenzioni a firmare l’Accordo di Associazione già durante il vertice ed invece tiratasi indietro in extremis.

Rinuncia che si somma a quella dell’Armenia, che in estate non solo ha compiuto un passo indietro, ma ha annunciato l’intenzione di voler aderire all’Unione Euroasiatica, progetto avviato da Mosca per bilanciare l’influenza dell’UE nella zona. Il vertice si chiude lasciando aperte le porte a Kiev per “il più ambizioso accordo che l’UE abbia offerto ad un Paese non membro” (dalle parole del Presidente della Commissione, José Manuel Barroso) e, nonostante la decisione “rientri nelle scelte sovrane del singolo partner, che può scegliere autonomamente il livello di integrazione che vuole raggiungere con l’UE”, il rifiuto ucraino, unito a quello armeno di pochi mesi prima, impone sicuramente una riflessione sull’intero progetto dell’EaP.

Progetto, l’EaP, ambizioso dal punto di vista economico e commerciale, ma che comunque offre ai partners solo benefici nel lungo periodo e di difficile quantificazione e che invece da altri punti di vista, per esempio quello politico – gli Accordi di Associazione da negoziare coi Paesi dell’EaP non includono la possibilità dell’adesione, anche se neanche la escludono – risulta molto meno coraggioso. Ne deriva una capacità di attrazione dell’UE basata quasi esclusivamente sul soft power e sul fascino che l’Unione, come società dei diritti, delle libertà e del benessere, riesce ancora ad esercitare. Una risorsa di cui l’UE può essere fiera, ma che risulta insufficiente quando l’esigenza preponderante diventa la sicurezza, e la “battaglia” economica si gioca sul breve termine.

Classico il caso dell’Armenia, in competizione con Baku per il Nagorno Karabakh, tuttora occupato da truppe armene. Di fronte ad un Azerbaijan in forte espansione economica e che spende cifre enormi in armamenti, la necessità prioritaria dell’Armenia è sicuramente mettersi al riparo da un eventuale revanscismo azero. Garanzia che ad oggi l’EaP, per come è concepita, non può fornire, a differenza di Mosca, con cui infatti l’Armenia ha di recente raggiunto un accordo per la difesa aerea comune e che vedrà come contropartita l’adesione armena all’Unione Euroasiatica.

Oppure la stessa Ucraina, turbata da problemi finanziari e di approvvigionamento energetico. Resistere alle pressioni di Mosca avrebbe garantito, è vero, benefici economici (Barroso ha parlato di 500 milioni di € di dazi in meno, all’anno, per l’export ucraino), ma il rischio di una crisi negli approvvigionamenti energetici, fortemente dipendenti dalla Russia, alla fine ha pesato maggiormente. Il tutto senza dare per scontata la prevalenza UE in termini di soft power, perché se è vero che migliaia di persone sono scese in piazza a Kiev a favore dell’UE, altrettanto vero è che parte dell’Ucraina, quella da cui proviene Janukovyč, parla invece russo e guarda la TV russa. E non bisogna dimenticare la chiesa ortodossa ucraina, da sempre sospettosa verso i “moderni” valori occidentali.

Anche nei Paesi in cui l’UE “ha vinto”, l’ha fatto imponendo comunque importanti sacrifici, non solo in termini di adeguamenti normativi, ma economici e di sicurezza. Moldavia e Georgia hanno entrambe porzioni del proprio territorio sotto il controllo diretto o indiretto di Mosca e hanno subito e subiscono entrambe ritorsioni economiche, come il boicottaggio dei loro prodotti. Giusto è stato pertanto, per l’UE, concludere il vertice enfatizzando i successi in Moldavia e Georgia. E’ stata anche sottolineata, abbastanza timidamente, la necessità di dare un approccio più onnicomprensivo al progetto. Probabilmente per avere in futuro maggiori possibilità di successo, sarebbe servito affermarlo in modo più convinto e spingere per un maggior coraggio politico. Perché non sempre il soft power può vincere il freddo.

Nell’immagine, da sinistra, Herman van Rompuy, José Manuel Barroso e Catherine Ashton (© European Commission – 2013).

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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