martedì , 20 febbraio 2018
18comix

A un passo dal traguardo: motivazioni dell’impegno e del disimpegno in Afghanistan

di Gianluca Farsetti Giuseppe Lettieri

Risale a due settimane fa la notizia di un altro caduto nel contingente italiano dispiegato in Afghanistan. È della scorsa settimana, invece, quella della riapertura dei negoziati in Qatar tra i rappresentanti dei talebani afgani e il governo Karzai. Ancora più recente il tentativo, fallito, dei combattenti talebani di far breccia all’interno del palazzo presidenziale di Karzai, situato nella zona verde di Kabul. Sembrerebbe dunque che il trend tutt’altro che positivo delle operazioni ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan stenti a trovare una drastica inversione.

Avvenimenti simili a quelli sopra elencati riaprono il dibattito, nelle opinioni pubbliche dei Paesi partecipanti alla missione internazionale, sulle motivazioni alla base del sostegno ad una operazione che tarda ad ottenere risultati e continua a richiedere un dispendio di uomini e risorse. A tal proposito, l’Italia non rappresenta sicuramente un’eccezione. Ogni volta in cui uno dei militari italiani rimane coinvolto in un attacco suicida, si scatenano polemiche, più o meno demagogiche, contro la presenza italiana in Afghanistan. Al di della considerazione per cui sarebbe necessaria un’analisi quotidiana e argomentata dell’andamento delle missioni italiane all’estero, e non solo quando un attacco o un conflitto a fuoco genera delle vittime, cerchiamo di fare chiarezza sul perché l’Italia prende parte a questa missione.

Le presenza italiana in Afghanistan è giustificata alla luce di due distinte basi giuridiche. Innanzitutto, il 12 settembre 2001, in risposta agli attacchi terroristici delle ore precedenti, i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica invocarono per la prima volta, in supporto degli Stati Uniti, l’Articolo 5 della Carta NATO. Tale articolo prevede che un attacco ad uno degli Stati membri sia considerato come un attacco all’intera alleanza. Si tratta dunque del sistema di sicurezza collettiva che caratterizza storicamente la NATO. In secondo luogo, il Consiglio di Sicurezza (CDS) dell’ONU, il 20 dicembre 2001, ha approvato all’unanimità la Risoluzione n. 1386 che permetteva il dispiegamento di una missione internazionale, l’attuale ISAF, con il compito di assicurare sicurezza e stabilità in Afghanistan, inizialmente nella sola area di Kabul. L’obiettivo della missione era principalmente quello di contrastare i talebani, che hanno governato buona parte dell’Afghanistan dal 1996 al 2001, e le frange afghane di Al-Qaeda e di altri gruppi terroristi.

Dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, il governo degli Stati Uniti aveva individuato nell’Afghanistan l’area in cui i terroristi provenienti da tutto il mondo potevano trovare campi di addestramento e risorse logistiche. In particolare, l’area che poi si sarebbe rivelata più delicata era quella tribale al confine nord-est con il Pakistan (Peshawar in primis). Di conseguenza, il 7 ottobre 2001 è iniziata l’operazione americana “Enduring Freedom Afghanistan“(OEF-A), a sostegno dell’alleanza anti-talebana. È doveroso precisare che già nel 1999 e nel 2000, il CDS aveva emesso risoluzioni per incitare i talebani a chiudere i campi di addestramento da cui probabilmente provenivano coloro che avevano organizzato e messo in atto gli attacchi contro le ambasciate americane in Tanzania e in Kenya del 1998, che costarono la vita a 223 persone.

L’operazione OEF-A ha portato nell’immediato alla caduta dei talebani e alla nascita di un nuovo governo guidato da Hamid Karzai, facendo sorgere la necessità di assicurare nel tempo questi risultati, lanciando quindi la missione ISAF. Quest’ultima missione internazionale coinvolge personale militare e civile proveniente da Paesi molto diversi, da quelli della NATO, tra cui l’Italia, fino alla Giordania, El Salvador e Tonga.

La valutazione dei risultati di ISAF e dei cambiamenti veri o presunti che questi dodici anni di guerra hanno portato all’Afganistan richiederanno anni di studi e riflessioni. Si prevede che in futuro le operazioni militari terrestri saranno sempre più simili a quella della counterinsurgeny afgana. Ciò che è certo è che ISAF avrà un termine, previsto per il dicembre 2014, e che, a detta dalla comunità internazionale, l’Afganistan non verrà abbandonato. Una nuova missione internazionale, nuovamente sotto l’egida NATO, è già stata approvata: si tratta della Resolute Support Mission, pronta ad essere operativa con il mandato di procedere con l’addestramento delle forze di sicurezza afgane.

Restano ancora grossi interrogativi su quali siano i concreti contributi che i governi attualmente impegnati in ISAF vorranno fornire al contingente multinazionale di Resolute Support. Guardando al panorama europeo, Germania e Italia, rispettivamente terza e quarta per numero di soldati impegnati in Afghanistan, hanno confermato il loro impegno, pur attendendo la discussione e lo stanziamento dei fondi da parte dei rispettivi parlamenti. Al contrario, il governo britannico, secondo contingente attivo in ISAF, non ha ancora fatto alcuna dichiarazione ufficiale in merito. Lo stesso vale per l’Unione Europea, che dovrà prendere coscienza del fatto che l’Afganistan non è il Mali e che i 550 uomini stanziati per EUTM Mali non saranno sufficienti, ammesso che lo siano per il Paese africano, per il caso afgano e per il grado di conflittualità prevista nel primo anno dal ritiro di ISAF.

In foto un’operazione congiunta tra forze armate italiane e statunitensi (Foto: ISAF Media). 

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

Check Also

Qatar

La crisi in Qatar: le richieste saudite e i nuovi equilibri in Medio Oriente

E’ ancora in una fase di stallo la crisi nel Golfo tra quattro Paesi arabi …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *