lunedì , 19 febbraio 2018
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Afghanistan e Mediterraneo: la NATO, l’Europa e le sfide della difesa

L’ultimo meeting dei Ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica, svoltosi il 23 aprile, lascia ancora qualche dubbio sulle effettive capacità della NATO di sopperire ai bisogni e alle esigenze del nuovo Afghanistan. Per quanto buona parte dell’incontro, per ovvie ragioni, sia rimasto coperto da segreto, i numerosi  interventi pubblici nell’arco della giornata del Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen hanno evidenziato l’intenzione della comunità internazionale, di cui la NATO è parte attiva ed esecutore materiale, di mantenere un alto profilo nelle questioni riguardanti la ricostruzione delle forze di sicurezza afghane.

All’ordine del giorno vi erano poi altre tre importanti tematiche. In primo luogo, la gestione della sicurezza nell’area MENA (Middle East and North Africa), per quanto riguarda la situazione siriana e le batterie di missili Patriot dislocate in Turchia al confine fra i due Paesi. Poi, la questione della Corea del Nord, con particolare riferimento ai recenti impegni assunti dall’Alleanza con Seul, visitata per la prima volta dal Segretario Rasmussen alla metà di aprile, e con il Giappone. Con quest’ultimo è stato concluso un nuovo accordo di partenariato, che si fonda su una joint political declaration  in merito ad un più stretta collaborazione riguardo cybersecuritymaritime security e disaster relief.

Inoltre si è discusso di cooperazione fra NATO e Russia (NATO-Russia Council) in merito alla guerra civile in Siria e all’Helicopter Maintenance Trust Fund, quest’ultimo diretto a promuovere l’autosufficienza delle forze aeree afghane e ad assicurarne la capacità operativa e il mantenimento da parte di personale afghano addestrato nella base russa di Novosirbisk.

Nel corso della riunione sono stati fatti numerosi riferimenti in merito alla necessità di addestrare personale specializzato afghano per la lotta contro il traffico di sostante stupefacenti. Altrettanto interesse è stato dimostrato per la lotta contro il terrorismo internazionale e domestico, rimarcando l’importanza di un nuovo progetto NATO finalizzato all’identificazione di materiale esplosivo nei luoghi pubblici ed affollati.

In vista del disimpegno delle truppe del contingente internazionale ISAF-Afghanistan previsto per il 2014, rimangono ancora poco chiari i termini dell’accordo in discussione tra il Segretario Rasmussen, forse in questo caso portavoce del maggior contribuente all’alleanza, gli Stati Uniti, e il presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan Hamid Karzai. La discussione ruota attorno al cosiddetto status of forces agreement, il frame-work legale che permetterebbe alle forze militari del contingente internazionale di restare sul territorio afghano e di continuare i suoi compiti di addestramento senza tuttavia prendere parte ad alcun tipo di missione o di attività “combat”.

Senza un accordo chiaro e preciso su quest’ultima questione, sembra alquanto improbabile un possibile rifinanziamento dell’attuale missione ISAF, così come la creazione di una nuova coalizione per un nuovo e duraturo impegno. Molto dipenderà dalla volontà dei singoli Stati attualmente coinvolti nella missione sull’opportunità, i tempi e le risorse con cui sostenere ancora il governo afghano e le sue forze di sicurezza.

Importante sarà anche l’apporto dei membri europei della NATO, in particolare Regno Unito, Germania, Francia e Italia, in quanto primi contributori in termini di uomini, mezzi e materiali alla missione interforze, fatto salvo logicamente l’impegno statunitense. Appare piuttosto strano, ma quantomeno in linea con il trend negativo della politica di sicurezza e difesa dell’Unione, che nessun preciso impegno sia stato assunto dall’UE in merito a questa questione, lasciando ai singoli Stati la totale libertà di scelta. La Germania, infatti, si è subito dichiarata disponibile per la missione post-2014.

Una maggiore chiarezza e un più ampio impegno nel rafforzare i nodi che legano assieme la politica di difesa comune dell’UE sono necessari soprattutto in risposta ad uno dei più importanti interrogativi degli ultimi tempi che riguarda direttamente l’Europa. Ci si interroga infatti su quale sarà o dovrebbe essere l’impegno dei singoli Stati membri dell’UE appartenenti alla NATO, in termini di difesa, in vista del nuovo spostamento di uomini e mezzi dell’alleato statunitense dal Mediterraneo verso il Pacifico.

Nonostante qualche vela strappata e più di qualche falla prontamente arginata, sembrerebbe che il veliero “Europa” stia continuando la sua rotta verso una vera politica di sicurezza e difesa comune. Resta da capire se con il Pivot to Asia” degli Stati Uniti questa navigazione possa continuare rinvigorita dal vento di nuove aspirazioni e speranze, rischi di fermarsi in una zona di bonaccia (nulla di fatto e nulla di nuovo), oppure si areni totalmente con le gravi conseguenze che questo potrebbe comportare.

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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