domenica , 18 febbraio 2018
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Il ministro francese della Difesa Jean-Yves Le Drian e l'Alto Rappresentante Federica Mogherini © The European Union 2015

Attacchi in Francia: supporto bilaterale non è difesa europea

Ha riscosso molto clamore l’appoggio unanime che i ministri della difesa UE hanno garantito alla Francia all’indomani degli attacchi di Parigi, durante il Consiglio Affari Esteri di martedì scorso. Un gesto che ha portato in molti a chiedersi quali potrebbero essere le ripercussioni sulla politica estera europea. In effetti, si tratta del primo caso di attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, ragion per cui è stato accolto positivamente da diversi sostenitori di una più solida cooperazione europea in ambito di difesa, in particolare in prospettiva delle esternazioni favorevoli ad un esercito europeo da parte dela presidente Juncker e, recentemente, del Partito Popolare europeo. Nonostante ciò, una lettura a sangue freddo della vicenda porta a conclusioni molto meno entusiastiche.

Supporto alla Francia ma nessuna nuova missione

Le misure previste dall’articolo 42.7 paiono lasciare poco spazio ad un reale approfondimento della PESC e della PSDC e i segnali lanciati fino ad ora da diverse figure prominenti non lasciano presagire diversamente: Federica Mogherini ha immediatamente messo in chiaro che nessuna nuova missione scaturirà dall’attivazione dell’art.42.7, né tanto meno che l’obbligo da parte degli stati membri di “aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso” rimandi automaticamente a un sostegno di tipo militare. Questo appare quanto mai evidente di fronte al fatto che diversi stati europei –Germania in primis- sostengano che non vi siano ragioni compellenti che spingano verso l’invio di truppe sul campo. Al contrario, la Francia ha invece avviato consultazioni bilaterali con i diversi paesi per studiare quale supporto gli altri stati europei siano disposti a fornire all’Eliseo.

Si può ragionevolmente escludere la possibilità che tali consultazioni portino ad una cooperazione strutturata permanente prevista dall’articolo 42.6. Al contrario, è molto più probabile che tale processo possa mettere in luce la profonda divergenza di opinioni degli Stati membri su diversi aspetti: il tipo di strumenti e di sostegno che i diversi Stati sono disposti a dare, le loro differenti posizioni sul conflitto siriano, la loro diversa interpretazione sul presente e futuro della PESC.

Le divergenze interne all’UE

La ritrosia di diversi Stati membri nei confronti di una “comunitarizzazione” della politica estera è ben nota, così come la divergenza di opinioni in merito alla geurra civile siriana: mentre diversi Stati europei si sono detti contrari ad un intervento armato nel paese di Assad, ad oggi la Francia è il solo membro UE insieme al Regno Unito a partecipare ai bombardamenti contro lo Stato Islamico. Al contrario, l’interventismo francese in Siria il riavvicinamento tra Hollande e Putin avranno ripercussioni negative nei rapporti coi paesi dell’est europeo, niente affatto inclini a legittimare l’interventismo unilaterale di Mosca o un ammorbidimento dell’Europa e degli Stati Uniti nei suoi confronti. D’altro canto, lo stesso articolo 42.7 non prevede alcuna azione formale da parte del Consiglio, svincolando ogni iniziativa da qualsiasi ripercussione legislativa futura.

Anche l’ipotesi che l’apparente vicinanza di vedute tra Downing Street e l’Eliseo possa fungere da nuovo motore per la difesa europea, come accadde nel 1998 con l’accordo di Saint Malò, pare una possibilità più che remota. Con il referendum sulla Brexit e le spinte britanniche per una riforma in senso contrario alla “ever-closer Union”, il Regno Unito pare lo stato meno adatto su cui fare affidamento per un rafforzamento della PESC e della PSDC.

Cosa aspettarsi

Nella migliore delle ipotesi, le diverse consultazioni bilaterali, che obbligatoriamente necessiteranno di un elevato grado di coordinamento da parte della Francia, potranno rappresentare un esercizio per gli Stati membri, che potrebbero mettere a disposizioni strumenti complementari (dall’intelligence, al supporto militare, all’assistenza logistica) a sostegno di un obiettivo comune.

Come già descritto da Europae, l’attivazione dell’articolo 42.7 è un primum storico, un momento simbolico che ha visto gli Stati europei attestare la propria solidarietà politica nei confronti di uno Stato membro che ha lo ha invocato. Ciò non toglie che tale solidarietà politica non si tradurrà automaticamente nella volontà politica ad un’azione congiunta a sostegno di un’azione militare che diversi Stati europei non considerano risolutiva né del conflitto siriano, né del terrorismo di matrice fondamentalista islamica.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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