giovedì , 16 agosto 2018
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Burundi
Il Presidente Pierre Nkurunziza passa in rassegna le truppe impegnate in una missione internazionale © AMISOM Public Information - www.flickr.com, 2014

Il Burundi precipita nella crisi

Il Burundi, Stato di 10 milioni di abitanti nella regione dei Grandi Laghi, è un’altra delle tragedie dimenticate dell’Africa, e si teme che vi si possano ripetere gli eventi che nel 1994 hanno distrutto il vicino Ruanda.

Il Paese, colonia tedesca e poi belga, è indipendente dal 1962, e da allora non ha conosciuto tregua. L’insensibilità dei colonizzatori verso le differenze etniche tra hutu e tutsi hanno segnato il Paese per decenni.  Il primo colpo di Stato si ebbe nel 1961 e fu seguito da un genocidio ai danni degli hutu nel 1972, e da altri colpi di Stato nel 1976 e nel 1987. Nel 1991 per la prima volta il Paese fu governato dagli hutu, ma nel 1993 scoppiarono nuovi disordini, che portarono alla persecuzione degli hutu da parte dell’esercito, controllato dai tutsi. Dal 2005, Pierre Nkurunziza, hutu, è Presidente: è proprio intorno alla sua figura che si è sviluppato l’ultimo conflitto che sta martoriando il Burundi.

La crisi in Burundi

Nell’aprile 2015, infatti, il Presidente ha annunciato di voler correre per un terzo mandato, decisione che non rispetta i termini dei trattati. Ne sono seguite proteste, che hanno portato alla morte di circa 450 persone, di cui 130 a dicembre, quando le forze armate e i membri del gruppo filo-presidenziale Imbonerakure hanno effettuato raid nei quartieri di Bujumbura legati all’opposizione, come rappresaglia per gli attacchi dei ribelli ai campi militari.

Controlli, arresti sistematici, sparizioni ed esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno: 230mila persone sono fuggite nei Paesi vicini, soprattutto in Ruanda e Tanzania, e solo nell’ultimo mese sono almeno 13 i casi documentati di violenza sessuale ad opera delle forze armate e di Imbonerakure. A questi si vanno ad aggiungere le denunce di molestie sessuali subite in patria, che secondo Refugees International sono state sporte da oltre 600 rifugiate in Tanzania: i numeri reali potrebbero essere più alti, data la reticenza a denunciare questi eventi. Il capo della propaganda, Nyamitwe, nega stupri e violenze, ma si parla dell’esistenza di fosse comuni per rendere più difficile il conteggio dei morti.

La crisi, che ha basi puramente politiche, sta prendendo risvolti etnici, e si sta diffondendo una retorica anti-tutsi. Secondo alcuni, il Paese è di fatto governato dalle milizie hutu FDLR, protagoniste del genocidio in Ruanda, che il Presidente stesso avrebbe invitato sul territorio nel 2014. Nel frattempo, Nkurunziza rifiuta di sedersi al tavolo negoziale con i gruppi di opposizione: Jean Minani, leader in esilio del movimento FRODEBU, accusa il Presidente di non dialogare perché cosciente di essere la causa della crisi.

La reazione internazionale

Intanto l’Unione Africana ha approvato una missione di peacekeeping con 5mila militari per riportare la stabilità nel Paese; il Presidente, però, ha rifiutato, minacciando l’uso della forza. La African Prevention and Protection Mission (MAPROBU) si concentrerebbe sulla protezione di civili e politici e sulla prevenzione delle infiltrazioni da parte di milizie straniere – il Burundi accusa il Ruanda di proteggere e addestrare combattenti sul proprio territorio.

L’ONU, invece, è stato accusato di inazione: mentre l’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha denunciato etnicizzazione e degenerazione del conflitto, sostenendo che il Paese è sull’orlo della rottura, non ha potuto inviare il team costituito per indagare sulle violazioni dei diritti umani nel Paese a causa della mancanza di collaborazione di Bujumbura.

Una delegazione del Consiglio di Sicurezza si è recata nel Paese il 21 gennaio scorso: la visita è stata sollecitata dal governo locale, con l’obiettivo di dimostrare che il Paese è unito, che il vero pericolo è il Ruanda e che le narrazioni dei media non rispecchiano la vera situazione del Paese. I diplomatici, da parte loro, hanno cercato di incentivare il dialogo con l’opposizione e di far accettare la missione dell’Unione Africana, ma il capo della delegazione, Samantha Power, ha ammesso che i risultati sono stati modesti.

Violenze sessuali, torture, scomparse, morti e retorica identitaria, in un Paese poverissimo e con uno degli indici di corruzione più alti al mondo, con lo spettro del genocidio in Ruanda ancora forte, rendono urgente un intervento stabilizzatore. Il Burundi vive nel terrore, e nella crisi umanitaria: mancano cibo e medicine. L’ONU ha deciso di aprire un’inchiesta sulle fosse comuni identificate nei dintorni di Bujumbura – sarebbero almeno 9, ma è necessario agire contro il rischio che diventino molte di più.

L' Autore - Anna Baretta

Laureata in Scienze Strategiche e Politico-Organizzative, sono interessata all'ambito della difesa e sicurezza - in particolare alla gestione del rischio CBRN.

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