martedì , 14 agosto 2018
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Consiglio Affari Esteri, “l’accordo” dei 60 giorni

Si è concluso da poche ore il Consiglio Affari Esteri, che ha riunito per 48 ore i Ministri degli Esteri di tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione. Presidente e mediatore del meeting è stato ovviamente l’Alto Rappresentante Catherine Ashton, che ha cercato, come al solito, di sintetizzare una posizione comune tra quelle espresse dai rappresentanti delle diplomazie europee.

Il Consiglio aveva in agenda importanti questioni multilaterali come i Millenium Development Goals (MDG) delle Nazioni Unite e un’analisi dell’attuale situazione in Afghanistan e Birmania. Tuttavia, al centro dell’attenzione di tutti vi sono state le recenti evoluzioni della crisi siriana. Il tutto, arricchito dalla presenza della Turchia con il Ministro degli Esteri Ahmed Davutoglu, che, a margine del Consiglio, ha incontrato gli omologhi europei.

Nelle ultime due settimane, la crisi siriana ha avuto una repentina evoluzione. Prima la conferma ufficiale del coinvolgimento attivo del gruppo sciita libanese Hezbollah a fianco del Presidente Al-Assad e poi la decisione russa d’interrompere la vendita degli S-300, imponenti e potenti sistemi anti aerei, necessari nel caso si ripetesse una storia simile a quella libica, hanno modificato l’atteggiamento di alcuni Paesi europei. Inoltre, la notizia di alcuni missili caduti su un quartiere sciita di Beirut fa temere il contagio regionale che potrebbe coinvolgere anche Israele. Ciò ha convinto William Hague, Ministro degli Esteri britannico, a muoversi nel Consiglio in modo da trovare un accordo di massima per revocare, o quanto meno modificare a favore dei ribelli, l’embargo militare posto dall’Unione Europea contro la Siria. L’obiettivo è quello di lanciare un chiaro messaggio al Presidente Assad, rifornendo così i ribelli, i quali in realtà cominciano ad avere difficoltà soprattutto dove l’esercito presidenziale è affiancato da Hezbollah.

Ma come assicurare che i rifornimenti militari non cadano nelle mani di gruppi come Al-Nussra? È un timore che ha spinto alcuni Paesi europei, tra cui Austria e Belgio, ad escludere del tutto la proposta britannica, mentre altri, come la Germania a proporre dei meccanismi che assicurerebbero le armi nelle mani di determinati destinatari finali. Alla voce dei “possibilisti” si aggiunge anche la Turchia, la quale fa sapere che, anche laddove il Consiglio di Sicurezza dovesse bloccarsi nuovamente sulla questione siriana o i colloqui di Ginevra 2 non dovessero avere il successo sperato, non esclude di prendere un’iniziativa solitaria. In un gioco diplomatico così complesso, qual è stata quindi la soluzione trovata dal Consiglio Affari Esteri?

Dopo 14 ore di negoziati molto tesi è stato raggiunto un accordo, che è molto più simile ad un non-accordo in realtà, quantomeno fino ad agosto. La Ashton ha infatti precisato come, se qualche Stato membro volesse cominciare a inviare forniture militari ai ribelli, derogando all’embargo, può farlo, ma solo da agosto. I più ottimisti direbbero che è stato quindi trovata un’intesa, ma chi conosce le dinamiche di una guerra come quella siriana, sa benissimo che in 60 giorni tutto può succedere.

Certo a breve ci saranno nuovi incontri tra le parti, il sopracitato Ginevra 2, ma sul campo ci sono tutti gli indizi per capire che la situazione in Siria è sempre più grave ed escandescente. La presenza di conflitti confessionali, politici ed economici, il tutto condito da una presenza in stile “stay behind” di alcune grandi potenze come Russia e Cina, dovrebbero convincere l’Unione Europea che è il momento di agire. “Come agire”, se militarmente, economicamente o diplomaticamente può essere deciso in un secondo momento, ma l’importante adesso è segnalare che l’Europa è vigile e sa sopportare la responsabilità di essere una grande potenza mondiale.

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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9 comments

  1. Giuseppe Lettieri

    Caro Gianluca,
    in primis mi complimento per l’articolo!!! Concordo in toto con la tua analisi. Mi preme aggiungere che qualsiasi tipo di intervento militare o economico non solo aumenterebbe il livello di conflittualità nell’area, ma spingerebbe altri attori ad intervenire. Anche un intervento di interposizione o volto alla protezione di civili, comporterebbe sicuramente difficoltà politiche per gli stati europei e nella peggiore delle ipotesi, caduti fra il personale militare e civile. Il migliore degli interventi, a mio parere, è il non intervento, lasciando che uno dei due primeggi sull’altro e una sorta di nuova sovranità si istauri nel paese. L’UE può soltanto agire nel proteggere i civili, fornire assistenza per le organizzazioni umanitarie, e soprattutto per quanto possibile, avviare delle politiche che spingano (o facciano pressioni) altri attori (Cina, Russia e Iran) a non “leading from behind” il governo di Assad, lasciando che la rivoluzione nel paese si esaurisca con un solo vinciotore

    • Gianluca Farsetti

      Sembrerebbe effettivamente una situazione senza troppe vie di uscita. Una exit strategy sicuramente vincente non c’è; ad ogni modo, chi ha visto e sostenuto l’intervento in Libia si chiederà il perché non intervenire anche in questa circostanza. Ci viene in aiuto le parole di Obama di alcune settimane fa, quando sottolineò come in tali circostanze “in ogni modo tu decida di agire, sbagli”. Il Presidente americano ha ricordato come prima dell’intervento in Libia, tutto il mondo lo attaccava chiedendo cosa stava/stavano aspettando, poi quando hanno deciso d’intervenire sulla base delle risoluzioni ONU, è stato di nuovo criticato perché l’intervento Nato aveva provocato morti anche tra i civili e rischiava di creare più instabilità di quella già esistente.
      Forse, come dici tu stesso, fare forti pressioni su Cina e Russia e organizzare gli aiuti umanitari per coloro che subiscono di più il conflitto può essere l’unica buona soluzione. Alla fine, l’UE è sempre stata considerato un “Civilian actor”.

      • Caro Gianluca,
        ci sono anche alcune ragioni “pratiche” del perché non si interviene in Siria come è stato fatto in Libia: come anche osservato durante il Security Jam 2012 con i vertici NATO nel forum “Libya: Lessons Learned”, in Libia c’era sia una motivazione sia la capacità pratica di intervenire: era un paese vicino alle basi militari europee, militarmente debole e male armato, in un contesto regionale “facile”. Nonostante ciò, le forze armate europee hanno mostrato tutti i loro limiti, dall’esaurimento rapido del munizionamento AGM (con necessità di emergency resupply da parte di USA), scarse risorse ISTAR, differenze di visione sul comando e controllo dell’operazione etc… E i risultati hanno mostrato come appoggiare i gruppi ribelli possa ritorcersi contro.
        Alla luce di questo, considerata la paura che armare i gruppi sbagliati (come noti giustamente tu) possa creare gli stessi problemi post-conflitto, o anche peggiori, per la Siria le necessità pratiche e logistiche sono molto più complesse. Il paese è più distante dal cuore delle basi NATO (a meno di non partire dalla Turchia, che però essendo confinante rischia di essere presa in mezzo più facilmente), dunque logistica più complessa, ed è meglio armato, con batterie antiaeree in parte più moderne. E’ ovvio che la NATO ha un potenziale bellico superiore, ma è anche ovvio che l’operazione non è così banale anche solo come organizzazione e i rischi maggiori finora hanno pesato. Aggiungi poi il fatto che la Siria, al contrario della Libia, è al centro di dinamiche regionali ben più complesse, tra Libano, Israele, Iraq, Giordania e Turchia e il rischio di espansione del conflitto ai confinanti. Infine, dopo la Libia Russia e Cina sono meno disponibili ad accettare interventi militari, cosa che toglierà la legittimità ONU che aveva l’operazione in Libia. Per gli USA, che giocano una partita globale con questi attori, le relazioni con Mosca e soprattutto Pechino vanno valutate con attenzione.

        • Gianluca Farsetti

          Caro Lorenzo,

          grazie per l’intervento.
          La tua analisi è tutta condivisibile. Tant’è che nel mio articolo precedente
          http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/sicurezza-2/locchio-del-pe-su-cina-e-russia-al-consiglio-di-sicurezza/

          sottolineo come l’intervento libico abbia rotto gli equilibri e la fiducia all’interno del CDS. Tuttavia, il mio “monito” era orientato verso l’UE che sta mostrando i propri limiti strutturali soprattutto in politica estera.
          L’idea che da agosto alcuni paesi europei possano liberamente decidere di derogare all’embargo (presumibilmente armando i ribelli ovviamente) è quanto meno curioso. A quel punto avremo un blocco di paesi che inviano armi ai ribelli, un altro che si astiene e il 3′ gruppo a metà strada, cioè coloro che offrono supporto logistico per l’invio ma non inviano direttamente. Il tutto nel bel mezzo di uno dei conflitti geo-politicamente più pericolosi (a mio avviso, e anche a tuo avviso da quanto ho letto) degli ultimi anni.
          In conclusione, la tua analisi è completamente condivisibile; io da europeista, volevo sottolineare che mi piacerebbe vedere delle decisioni prese più velocemente, più incisive e che siano coerenti con una strategia politica che purtroppo stentiamo a vedere.

          Torna a trovarci!

          Gianluca

          • Mi trovi completamente d’accordo!
            Vi seguo da un po’, e scrivendo anch’io di temi simili mi fa piacere un confronto su questo e altro!

            A presto
            Lorenzo
            (Il Caffè Geopolitico)

  2. Commento a (troppo)caldo (cosa che mi solleva da eccessive responsabilità e mi concede la sempre-bella opportunità di cambiare opinione in base all’evolversi della situazione). Sarà colpa di un maggio autunnale o delle allucinazioni “da stanchezza-periodo di esami” ma il mio punto di vista non è per niente ottimista. L’unica cosa positiva che vedo in questa situazione è il “ solo da agosto” (e la speranza che sopraggiunga qualcosa a cambiare questa decisione). Leggo questa notizia e i miei occhi vedono solo:
    1. Una(e trina) Europa che dimostra ancora di essere divisa e indebolita dagli interessi nazionali
    2. Una decisione che rafforza le società produttrici di armi che non perderanno l’occasione di fare pressione sui rispettivi governi affinchè si astengano dal (provare a) cercare una (ri)soluzione alla situazione siriana. Pace e stabilità non sono interessi dei produttori di armi.
    3. Una(e trina) Europa che abdica dal ruolo di mediatrice internazionale e “paladina” di multilateralismo e stabilità.
    Un saluto e… per favore, smentitemi…
    Serena

    • Gianluca Farsetti

      Cara Serena,

      non è facile smentirti. L’articolo stesso è abbastanza critico sull’accordo trovato durante il Consiglio. Ciò che preoccupa non è tanto (a mio parere) l’eventuale trasferimento di armi ai ribelli, ma le decisioni di un’Europa che a livello di politica estera durante una situazione gravissima come quella siriana, prende decisioni deboli e molto macchinose. Nel caso in questione, trovo molto strano lasciare la libertà agli Stati di poter inviare rifornimenti militari da Agosto in poi. Va bene l’Europa a più velocità, ma in politica estera è necessaria la compattezza.
      Infine, la situazione siriana è davvero molto pericolosa: da tanto tempo non vedevamo un sovrapporsi di così tante tensioni. È proprio per queste “tensioni” che giudico 60 giorni un tempo lunghissimo per un conflitto militare. Non rimane da sperare nei Colloqui di Ginevra 2.

      Un saluto e grazie del commento.

      Gianluca

  3. Complimenti per gli articoli e la rivista: davvero molto interessante oltre che brillante e di facile comprensione!!!

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