lunedì , 19 febbraio 2018
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Da Echelon a Prism: l’alleanza atlantica ai tempi dell’intercettazione civile

Il fragore generato dallo scoppio dello scandalo Datagate non accenna a spegnersi. L’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE Catherine Ashton il 30 giugno scorso aveva dichiarato di attendere la verifica da parte delle autorità statunitensi delle informazioni diffuse dalla stampa prima di prendere qualunque iniziativa di rilievo. Nel mentre, il quotidiano britannico The Guardian non ha risparmiato alcun dettaglio in merito all’operazione Perdido, concepita dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) statunitense per la capillare sorveglianza della missione UE alle Nazioni Unite. Tra le rivelazioni dell’ex analista informatico della NSA Edward Snowden, si trova persino una pianta della missione UE a Manhattan, utilizzata dagli agenti segreti per l’installazione degli strumenti di intercettazione ambientale.

L’imbarazzo del Presidente Barack Obama è andato crescendo: la stampa internazionale ha infatti riportato alla luce una relazione del 2001, redatta in seno a una commissione parlamentare europea, in merito al programma Echelon. “Non si può nutrire più alcun dubbio in merito all’esistenza di un sistema di intercettazione delle comunicazioni a livello mondiale, cui cooperano in proporzione gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda nel quadro del patto UKUSA”, questo l’incipit della relazione. La commissione dubitava solo della denominazione del programma e della sua portata, ma sottolineava che “ciò che conta è che tale sistema serve non già all’intercettazione di comunicazioni militari, ma all’ascolto di comunicazioni private e commerciali”.

Il meccanismo di sorveglianza Prism, rivelato da Snowden, aveva quindi un antesignano già noto alle istituzioni europee e che coinvolgeva direttamente anche il Regno Unito. Quest’ultimo si rivela dunque una volta di più il Giano Bifronte delle relazioni UE-USA: Stato membro e complice della raccolta di informazioni riservate. Londra, sempre secondo la relazione, lasciava alla piena disponibilità della Difesa statunitense una base della Royal Air Force (RAF) per monitorare il flusso dei dati. Medesima concessione riguardava la postazione di ascolto dell’intelligence britannica situata a Morwenstow e una sede dei servizi segreti tedeschi a Bad Aibling, in Germania. Ciononostante, la richiesta del PE alla Commissione Europea di aprire un negoziato con gli Stati Uniti cadde nell’oblio e la questione rimase irrisolta.

La vicenda Datagate non si ripercuote quindi solo sulle relazioni transatlantiche, ma sposta l’attenzione anche su alcuni Stati membri dell’UE che si sono rivelati troppo solerti alla condanna dell’azione di spionaggio. Il Ministro della Giustizia tedesco, Sabine Leutheusser-Scharrenberger, non ha infatti esitato a ribadire con fervore le richieste di chiarimenti della Commissaria Viviane Reding. Il passato da complice del programma Echelon della Germania non pare tuttavia destare particolari interessi a Strasburgo. Scottante è invece la posizione del governo britannico per le intercettazioni che sarebbero avvenute durante il G20 del 2009 a Londra e nel quadro del programma Tempora. Inoltre, il quotidiano francese Le Monde ha rivelato l’esistenza di un sistema dell’intelligence francese pressoché identico a Prism e Tempora.

La Commissaria Reding, intervenuta durante la discussione della plenaria del PE, ha rassicurato i rappresentanti dei cittadini dell’UE: le esigenze di sicurezza nazionale non dovranno prevalere sulla tutela della sfera privata dell’individuo. Perché ciò sia possibile è però necessario l’intervento diretto degli Stati membri, soprattutto di quelli che si sono finora contraddistinti per una spiacevole ambiguità sul tema.

Il nodo gordiano è costituito dal diverso bilanciamento che Stati Uniti e Paesi europei effettuano in materia di privacy e sicurezza nazionale. I primi infatti sacrificano consapevolmente la protezione della propria sfera privata a favore della sicurezza nazionale, con una tendenza sempre più forte a partire dall’USA Patriot Act dell’ottobre del 2001. Questa legge prevede un vigoroso rafforzamento dei poteri delle agenzie di polizia a fini di spionaggio e, benché concepita come emergenziale e temporanea, è stata rinnovata costantemente, l’ultima volta dal Presidente Obama fino al giugno del 2015. Gli Stati europei, differentemente, possiedono un’opinione pubblica molto più sensibile sul tema e decisamente riluttante ad accettare un controllo invasivo delle proprie comunicazioni.

In questa cornice si inserisce quindi la risoluzione adottata dal PE il 4 luglio scorso “sul programma di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sugli organi di sorveglianza in diversi Stati membri e sul loro impatto sulla vita privata dei cittadini dell’Unione europea”. La risoluzione non ha precedenti e invita gli alleati atlantici a interrompere e riconsiderare le leggi e i programmi di sorveglianza che ledono non solo la sovranità degli Stati europei, ma anche i diritti fondamentali dei loro cittadini. Agli Stati Uniti si richiedono inoltre modifiche su accordi conclusi in merito ai codici di prenotazione Passenger Name Record (PNR) e al controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP). La sospensione di tali accordi da parte della Commissione Europea è prevista nella risoluzione, ma il valore non vincolante della stessa lascia spazio a future valutazioni politiche su questa opportunità. Inoltre la risoluzione dà mandato alla commissione parlamentare per la giustizia di aprire un’inchiesta sulla vicenda, collaborando con il gruppo degli esperti delle relazioni UE-USA (istituito dalla CE) e con i parlamenti nazionali. Il termine per riferire è stato fissato alla fine del 2013.

Questione rimasta impregiudicata è quella sull’accordo di libero scambio, la cui delicatezza è emersa già dalle parole della Commissaria Reding di fronte al PE. Stante il fatto che “gli alleati non si spiano a vicenda”, per concludere un accordo transatlantico servirà avere la certezza di essere trattati come “partner di pari livello”. Tuttavia, questa certezza non sembra di prossima dimostrazione e una tensione trasversale continua a pervadere istituzioni e opinione pubblica internazionale.

In foto: il Commissario alla Giustizia, Diritti Fondamentali e Cittadinanza Viviane Reding al Parlamento Europeo (Foto: European Parliament)

 

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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