martedì , 20 febbraio 2018
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NATO

Difesa, la PSDC può diventare come la NATO ?

Di fronte ad una crisi internazionale ci si chiede come mai l’UE non sia in grado di reagire prontamente e in modo massiccio come invece ha fatto spesso la Nato. A ben vedere, tuttavia, il paragone tra la Nato alla Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) dell’Unione Europea è in realtà un esercizio teorico poco produttivo e può causare confusione.
E’ fondamentale comprendere che la Nato nasce sin dall’inizio come una vera alleanza generale, mentre la PSDC, avendo origine in un periodo storico completamente differente rispetto a quello della guerra fredda, è definibile come una sorta di attore di sicurezza globale “post-nazionale”.

Per capire in modo esaustivo questa cruciale differenza può essere utile prendere in prestito la teoria economica delle alleanze, elaborata da Mancur Olson e Richard Zeckauser nel lontano 1966. Secondo tale teoria, il fatto che la difesa e la sicurezza fornite da un’alleanza militare sia considerabile economicamente un bene pubblico, cioè qualcosa di “non escludibile” e “non rivale”nel suo consumoha alcune importanti implicazioni.

Prima di tutto, la ripartizione degli oneri (burdensharing), sarà asimmetrica, con i Paesi più grandi – come Francia, Germania o Italia – costretti a contribuire di più rispetto a quelli medio-piccoli. In secondo luogo, il risultato finale sarà sub-ottimale, dal momento che i paesi più piccoli non avranno incentivi a contribuire nella stessa misura di quelli più grandi, e si comporteranno quindi da free-rider, usufruendo “gratuitamente” della difesa offertagli dai partner più grandi. Una delle soluzioni per evitare un eccessivo livello di sub-ottimalità è avere un partner particolarmente grande all’interno dell’alleanza, il quale per motivi economici, storici e strategici, può permettersi di sostenere la maggior parte degli oneri derivanti dall’alleanza. 

Nel caso della Nato, gli USA, sono evidentemente l’attore che può permettersi di sostenere le maggiori spese, sia economiche che umane, per far sì che la Nato rimanga il più forte attore militare del mondo. Nel caso dell’UE, invece, non è possibile individuare uno Stato che si distacchi sensibilmente dagli altri, individuando almeno 4 stati (Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna) che, con le dovute differenze, si equivalgono, per possibilità economiche, aspirazioni strategiche e necessità militari di lungo termine.

Da un punto di vista teorico, un altro importante problema riconducibile alla differente struttura che caratterizza la Nato e la PSDC è la presenza di un differente grado di benefici “privati” delle suddette alleanze. I benefici privati – cioè quelli dei singoli Stati – sono minori quando l’intervento è percepibile principalmente come uno sforzo collettivo. Ad una prima analisi delle missioni portate avanti da Nato e da UE è evidente come, troppo spesso, le azioni “out of area” dell’UE siano state guidate e concretamente attuate dagli interessi di singoli Stati. Basti pensare all’intervento nella Repubblica Centrafricana, dove la Francia ha sin dall’inizio giocato un ruolo chiave e presumibilmente ottenuto benefici privati maggiori rispetto all’Italia o alla Francia. Nel caso della Nato, invece, la partecipazione militare alle missioni è stata numericamente ampia, con una distribuzione più omogenea dei benefici delle stesse.

Questi dunque i differenti approcci teorici sottostanti alla Nato e alla PSDC, prodromici alla comprensione delle differenze in termini di strutture e capacità delle due alleanze e, dunque, possibili linee di evoluzione che la PSDC potrebbe intraprendere per incrementare la propria capacità di azione a livello globale.

In foto, il segretario generale NATO Rasmussen insieme a forze speciali afghane in una visita alla missione ISAF (© isafmedia – Flickr 2012)

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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