lunedì , 19 febbraio 2018
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Guerra all’ISIS (parte 1): l’Europa in campo

Quella contro l’ISIS è la terza (o quarta, nel caso si conti anche la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta) operazione militare sul territorio iracheno negli ultimi 30-35 anni. Come affermato dal Primo Ministro britannico David Cameron alla fine della scorsa settimana, gli errori commessi nel passato durante l’operazione Iraqi Freedom (2003-2011) non possono assolutamente giustificare un’astensione da quelle che sono le responsabilità di tutti nella lotta contro ISIS e il terrorismo internazionale. Con tali parole, e la chiara delimitazione del livello di impegno britannico in Iraq, il Premier è riuscito a convincere il Parlamento ad approvare, con una maggioranza quasi assoluta, il terzo intervento del Regno Unito sul suolo iracheno.

Parlare di intervento sul “suolo iracheno” è però errato. Cameron ha più volte sottolineato, sia davanti ai suoi elettori che davanti ai membri del Parlamento, che qualunque manovra militare rimarrà circoscritta al supporto alle forze irachene e ad al bombardamento (in Iraq) delle strutture del Califfato Islamico. Ha ribadito cioè un concetto abbastanza chiaro già nel 2011, durante l’operazione Unified Protect contro le forze di Gheddafi: la sostanza e la tipologia di intervento militare, in ambito Unione Europea, sono prerogativa assoluta dei singoli Ministeri e di considerazioni politiche nazionali.

Con l’ingresso della Gran Bretagna tra le fila delle nazioni coinvolte nei bombardamenti contro l’ISIS, diventano 5 i Paesi dell’Unione direttamente coinvolti (Francia, Danimarca, Olanda e Belgio). In totale, con l’aggiunta di Stati Uniti e Australia i Paesi “attivi” nella coalizione diventano 7. I restanti membri della coalizione, circa 62 secondo il Dipartimento di Stato americano (conteggio che include anche UE e Lega Araba), hanno optato per una linea politica più leggera: pieno supporto alla coalizione in materia di fornitura di armamenti e sostegno tattico e logistico, ma nessun coinvolgimento diretto nei combattimenti. Rimane pressante per questi Paesi, tra cui Italia e Germania, la paura, in nessun caso dichiarata, di eventuali ripercussioni in termini elettorali, di disordini all’interno delle comunità musulmane che ospitano o di attentati da parte di cellule terroristiche radicatesi dai anni nei più bassi substrati delle proprie società.

I bombardamenti, intensificati durante l’ultima settimana anche sul territorio siriano, sono stati condotti principalmente per via area, attraverso l’impiego di caccia-bombardieri, e in alcuni casi via mare con l’impiego di batterie missilistiche e sofisticati sistemi d’arma. Gli Stati Uniti, promotori e leader della coalizione, hanno optato per un approccio omnicomprensivo, schierando sul campo un elevato numero di velivoli (con altrettante elevate specificità e diversità tecniche) e approcciando gli obiettivi da colpire anche attraverso l’impiego di missili Tomahawk, imbarcati su cacciatorpedinieri classe Arleigh A. Burke di stanza nel Mar Rosso. Oltre ai sempre presenti (per affidabilità e versatilità d’impiego) F-15E Strike Eagle e F-16 Fighting Falcon, dispiegati presso la base di al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, e F/A-18 Hornet e Harrier AV-8B, decollati dalla portaerei G. Bush e dalla portaelicotteri Bataan, gli Stati Uniti hanno fatto uso per la prima volta del velivolo da supremazia aerea F22 Raptor.

Numerose incursioni, circa 200 dall’8 di agosto, sembrerebbero essere state effettuate con il supporto di droni (Predator e Reaper, probabilmente di stanza presso l’aeroporto curdo di Erbil) e di velivoli per l’acquisizione obiettivi ed il controllo del traffico aereo (AWACS E-3b Sentry ed E-2C Hawekeye) e per la guerra elettronica. La Francia, il cui apporto è finora stato minimo in termini di incursioni effettuate, ha messo a disposizione velivoli Rafale dispiegati presso l’aeroporto di al-Dhafra. Un numero più consistente di velivoli è stato messo a disposizione da Arabia Saudita (4 F-15S), Emirati Arabi Uniti (2 F-16), Giordania (4 F-16) e Bahrein, sebbene permangano dubbi sulle effettive capacità e qualità dei loro piloti, finora mai coinvolti in operazioni di questo tipo.

Rimane ancora incerta la misura dell’apporto britannico. Londra potrebbe mettere a disposizione i velivoli Tornado GR4 di stanza nelle basi di Cipro e in Afghanistan e nel caso gli venissero concesse le autorizzazione da Baghdad, i droni Reaper, Shadow RQ-7 e Sentinel Q-170 con funzione di acquisizione obiettivi ed intelligence.

Nell’immagine, formazione di F22 Raptor in volo (photo © US Air Force, 2014, www.flickr.com)

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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