mercoledì , 21 febbraio 2018
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Guerra all’ISIS (seconda parte): le conseguenze.

Con l’estensione dei bombardamenti USA al territorio siriano, il 23 settembre scorso è stato aperto un nuovo fronte nella battaglia contro il Califfato Islamico. Supportati da Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania, i bombardieri della US Air Force hanno effettuato, ad oggi, sul territorio siriano circa una cinquantina di incursioni, pari ad un quinto del totale, colpendo i principali depositi di munizioni e centri di comando e controllo del Califfato. Imprecisato il numero delle sortite degli alleati arabi, che sembrerebbero aggirarsi sulla quarantina, contro le 4.100 complessive. Il 70% è stato condotto quindi da bombardieri USA, secondo i dati del Pentagono aggiornati al 28 settembre, nei quali vengono inclusi missioni di ricognizione, acquisizione obiettivi, scorta, rifornimento in volo e droni.

Con questi strumenti, utilizzati in verità solo dal contingente USA e di dubbia legittimità dal punto di vista del diritto internazionale – nessuna risoluzione è stata approvata in Consiglio di Sicurezza, né sembra futuribile visto il parere della Russia – si è sensibilmente ampliato lo spazio di manovra della coalizione anti-ISIS. Potenzialmente, più di un terzo del territorio siriano potrebbe essere oggetto di incursioni, e lo stesso si potrebbe affermare per la zona occidentale dell’Iraq, a maggioranza sunnita. Proprio quest’ultima rimane l’area finora più bersagliata: un semicerchio che va dall’area limitrofa ad Aleppo, lungo il confine turco fino al Kurdistan iracheno.

L’avanzata dei peshmerga dal Kurdistan Iracheno e la notizia della partecipazione di Francia e Regno Unito agli attacchi aerei sembrerebbero aver già messo in rotta parte delle formazioni ribelli, comunque ancora asserragliate in nodi nevralgici quali Mosul, Erbil e Falluja. Di gran lunga peggiore la situazione sul fronte siriano, malgrado il silenzio di Assad sulla questione e il suo tacito consenso ai raid USA sembrino far presagire, per le prossime settimane, un possibile miglioramento.

L’apertura del nuovo fronte potrebbe ridurre la mobilità dell’ISIS e permettere alle truppe di terra e agli aerei della coalizione di fissare il nemico, ingaggiarne le formazioni irregolari in battaglie su larga scala ed evitare una loro nebulizzazione sul territorio. Come sottolineato dal Professor Gareth Stansfield, in un recente articolo del Royal United State Institute, l’ISIS si è finora presentato e comportato come un “pallone”: schiacciato da una parte, in Iraq, si è riversato automaticamente nell’altra, le roccaforti siriane, e viceversa, fino al momento in cui, nel caso in cui la pressione provenga da entrambi i lati, si troverà costretto alla battaglia in una situazione di inferiorità di potenza di fuoco e scarsa libertà di manovra.

Nel caso in cui tale ipotesi si verificasse concretamente sul campo di battaglia, al-Baghdadi e i suoi seguaci si troverebbero di fronte ad una scelta decisiva: abbandonare l’idea di uno Stato Islamico e tornare ad operare nell’ombra, oppure ingigantire il raggio di azione del proprio braccio armato. In pratica la seconda ipotesi consisterebbe nel colpire velocemente Libano e Giordania, destabilizzandone le già provate strutture governative, e nell’avviare una campagna terroristica al di fuori del Medio Oriente, tra Europa e Stati Uniti.

Le parole del coordinatore europeo contro il terrorismo Guilles De Kerchove inerenti l’inevitabilità di un attacco sul larga scala con il ritorno dei foreign fighter dal fronte siriano, appaiono probabilmente eccessivamente allarmanti, ma non prive di senso logico. Come suggerito da quest’ultimo, è necessario che le misure a livello di singolo Paese ed a livello di Unione vengano intensificate. Servirebbero maggiori controlli alle frontiere e sui movimenti degli esponenti già individuati. Servirebbe poi un’idonea e mirata contro-propaganda sui social network quali Facebook, Twitter, e anche su Google.

Molti punti rimangono ancora oscuri sulla reale efficacia delle misure adottate per contrastare ISIS e sulla reale dimensione dell’ascesa del Califfato sia a livello regionale che nell’ombra, all’interno degli stessi Paesi aderenti alla coalizione. Qualcosa è stato fatto, ma manca una reale strategia di risposta verso questa tipologia di minacce e contro eventuali “ritorni di fiamma” dovuti agli attuali bombardamenti ed alla diffusione, voluta o imposta, di pericolose ideologie islamiste a livello globale.

Nell’immagine, un F15S (photo © Stuart Rankin, 2014, www.flickr.com)

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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