giovedì , 22 febbraio 2018
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Il capacity building della difesa europea: tra scetticismo e scarsa ambizione

Dopo l’approvazione della relazione su situazione attuale e prospettive future delle strutture militari europee, il dibattito del Parlamento Europeo sulla politica di difesa europea è proseguito ieri alla presenza di Claude-France Arnould, direttore esecutivo dell’Agenzia Europea di Difesa (EDA), e del Generale Jean-Paul Paloméros, comandante supremo del NATO Allied Command Transformation, che hanno discusso le traiettorie che l’EDA, l’UE e gli Stati membri devono intraprendere per sviluppare delle capacità militari operative all’altezza delle sfide che l’UE dovrà affrontare nei prossimi decenni.

Costante di tutti i recenti dibattiti sulla PSDC, anche questa volta la conciliazione tra le esigenze di bilancio degli Stati membri e il rischio di strangolare il comparto della difesa hanno avuto ampio spazio. A detta del Generale Paloméros, la soluzione a questa dicotomia sta nel concetto di Smart Defence, già integrato nel nuovo concetto strategico dell’Alleanza durante il summit di Chicago del maggio 2012. Smart defence vuol dire portare avanti progetti multinazionali specifici per giungere maggiore efficacia operazionale, economie di scala ed una più stretta connessione tra le forze NATO, tramite il coordinamento degli sforzi e delle priorità.

Questo approccio è ampiamente ripreso dall’EDA nella strategia di pooling&sharing (P&S), da quando, lo scorso anno, ha approvato il proprio codice di condotta in materia. Il P&S riferisce a iniziative e progetti guidati da Stati membri al fine di rafforzare la cooperazione nello sviluppo delle capacità militari: per pooling, nello specifico, si intende l’utilizzo collettivo di risorse militari, mentre per sharing si intende l’atto di uno Stato membro di rinuncia ad alcune capacità, con la garanzia che gli altri membri le mettano a disposizione in caso di bisogno.

L’EDA ha già sviluppato diversi progetti di P&S, talvolta con risultati eccellenti: un esempio per tutti è l’Helicopter Training Programme, che ha formato 1800 uomini per un totale di 152 equipaggi, 76 dei quali poi impiegati in missioni (Afghanistan) cui altrimenti non avrebbero potuto partecipare.

Il ruolo svolto dall’EDA resta tuttavia piuttosto limitato, innanzitutto a causa di motivazioni finanziarie. Il bilancio EDA per il 2012, ad esempio, ammontava a 30,5 milioni di Euro, di cui 20 destinati alla voce di bilancio functioning (costi del personale ed amministrazione delle strutture, ndr). Il bilancio effettivo destinato allo sviluppo di capacità risulta invece estremamente ridotto, meno di 7,5 milioni. Per dare un’idea della limitatezza del budget, basti pensare che il totale delle spese militari dei 27 Stati membri nel 2012 ammontava a quasi 207 miliardi di Euro. La stessa Arnould ha ammesso che, a questi ritmi, l’EDA è in grado di lavorare solo su prospettive di lungo periodo di circa 20-30 anni.

A questo punto la domanda da porsi è: l’UE può permettersi di attendere tanto? È chiaro che adattare le proprie capacità alle sfide di domani è un elemento fondamentale di qualsiasi politica di difesa, ma sulle prospettive di breve e medio termine aleggia un pesante clima di scetticismo. Questo vuoto da parte dell’UE è inammissibile rispetto agli obiettivi e gli entusiasmi che hanno caratterizzato la nascita della PSDC.

E non devono meravigliare le dure bacchettate che Rasmussen (Segretario Generale NATO) ha ripetutamente dato all’UE negli ultimi mesi: «senza capacità hard a fiancheggiare la sua diplomazia, l’Europa perderà credibilità e influenza» aveva già avvertito il mese scorso. I membri europei della NATO non possono continuare ad affidarsi continuamente alla superiorità tecnologica statunitense (gli USA finanziano l’80% del capacity building NATO), né tantomeno possono contare esclusivamente sul soft power. Il Segretario Generale aveva inoltre criticato l’approccio degli alleati europei al tema della difesa, critica ripresa ieri dal lib-dem inglese Andrew Duff, che non ha esitato a criticare apertamente la propria madrepatria per la mancanza di ambizione nel voler davvero stimolare la nascita di una difesa comune (possibilità che peraltro è menzionata espressamente nei trattati).

Partecipare in maniera più consistente significa anche condividere le proprie conoscenze ed i propri metodi, essere pronti all’idea di rinunciare ad una parte delle proprie delle proprie capacità confidando che gli altri le metteranno a disposizione. Significa avere fiducia nei propri partner. E la fiducia è proprio uno dei tasselli mancanti in questo clima di crisi, un clima da cui emerge un quadro piuttosto cupo, caratterizzato dall’incongruenza tra gli impegni originari della PSDC, il peso dell’attuale impegno e la reale volontà degli Stati di perseguire l’idea di una difesa comune effettiva. Un quadro in cui, se gli Stati membri non adotteranno un approccio pragmatico e tangibile, il dibattito sulla PSDC rischia di restare parole al vento, e gli esigui sforzi finora compiuti un binario morto.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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