giovedì , 22 febbraio 2018
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Il lungo percorso delle armi chimiche siriane

La guerra civile siriana si è trasformata in breve tempo in un “conflitto dimenticato”. Quest’ultimo, dopo la fase di forte pressione mediatica dei primi mesi, per buona parte dell’opinione pubblica occidentale vale il principio: “se non se ne sente parlare, allora sarà sicuramente tutto apposto”. E invece non è assolutamente così. La guerra in Siria è ormai diventata una gravissima emergenza umanitaria. Come se non bastasse, si aggiunge anche la complessa questione della distruzione delle armi chimiche del governo Assad a preoccupare molti governi, soprattutto quelli più vicini al conflitto, come Israele e Libano.

Infatti, una volta trovata la soluzione diplomatica al problema, è necessario mettere in pratica quanto previsto. Non è un caso che lo stesso Ahmet Uzumcu, attuale direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), già il 9 dicembre alla cerimonia di conferimento del premio Nobel per la pace, avesse sottolineato che le data ultima prevista per il trasferimento delle armi più pericolose, cioè il 31 dicembre, sarebbe stata molto difficile da rispettare. E infatti non è stata rispettata.

In sostanza, si tratta di trasportare via terra e poi via mare, svariate centinaia di tonnellate di agenti chimici pericolosi. Tale “trasporto eccezionale” sarebbe già complesso se fatto lungo le autostrade europee, ma diventa un’impresa piena d’insidie e ancor più pericolosa, se tentata lungo le strade che dividono le fazioni che combattono la guerra civile siriana. L’operazione nel suo complesso può essere descritta e organizzata in tre differenti fasi.

Prima di tutto, funzionari siriani addestrati dall’OPAC saranno responsabili per la raccolta e la messa in sicurezza delle 500-700 tonnellate di gas nervini, come il sarin e il cosiddetto “mustard gas”. Una volta raccolto tutto il materiale pericoloso, dovrà essere suddiviso e organizzato dentro a speciali container e trasportato fino al porto di Latakia. Tuttavia, per arrivarci, i container dovranno attraversare l’autostrada che va da Damasco a Homs, una zona ancora contestata dove gli scontri tra i ribelli e le forze governative sono all’ordine del giorno.

Se questa prima fase dovesse avere successo, una volta al porto di Latakia, il carico, per un totale di circa 150 container, dovrebbe essere trasportate da navi danesi e norvegesi per attraccare in Italia. L’arrivo era previsto per la seconda metà di gennaio 2014, tuttavia, considerando il ritardo già accumulato, le reali tempistiche non sono ancora del tutto prevedibili. Inoltre, non è ancora stato confermato quale porto italiano riceverà il carico. Secondo alcuni analisti, le opzioni praticabili sono o il porto siciliano di Augusta, o la base di Brindisi o, in alternativa, un porto sardo a scelta tra Santo Stefano, Oristano e Arbatax. Il tutto dipenderà dalle caratteristiche delle navi in arrivo, dalla capienza del porto e dalla sua vicinanza a centri abitati.

A questo punto, nel porto italiano prescelto, una nave cargo americana, convertita poi ad uso militare, sarà già in attesa. Si tratta della  MV Cape Ray, costruita nel 1977 e lunga 197,5 metri, che è stata attrezzata con uno speciale strumento trasportabile per l’idrolisi in grado di rendere innocue le sostanze chimiche. Una volta che il carico verrà trasferito sulla MV Cape Ray, questa effettuerà tutte le operazioni tecniche nel bel mezzo del Mediterraneo, in una località che probabilmente non verrà resa nota.

E’ notizia di poche ore l’arrivo senza inconvenienti al porto di Latakia del primo carico di armi chimiche, su cui aleggiavano parecchi dubbi, anche riguardanti lo stesso processo di neutralizzazione degli agenti chimici: se la tecnologia impiegata è già collaudata per altri processi similari di smaltimento, ciò che è senza precedenti è il fatto di effettuare il tutto su una nave vecchia di 30 anni e nel bel mezzo del Mediterraneo. Inoltre, una volta effettuata  l’operazione di neutralizzazione delle armi più pericolose, il risultato finale sarà 5,7 milioni di litri di materiale residuale. Quest’ultimo, secondo alcune fonti dell’OPAC, verrà trasportato presso siti di aziende private specializzate nel settore, dove verrà riprocessato. Nel frattempo, alcune navi militari si occuperanno della sicurezza del carico giunto a Latakia: tra queste una nave cinese, una russa ed una norvegese.

In foto, l’arrivo degli ispettori OPAC a L’Aja dopo le ispezioni in Siria (© UPCW – Henry Arvidsson)

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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