sabato , 24 febbraio 2018
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Il Parlamento Europeo e il gendarme imparziale

di Gianluca Farsetti

Il 4 aprile 2013, la Commissione per Affari Esteri del Parlamento Europeo (PE), ha elaborato una relazione recante una proposta di raccomandazione da destinare al Consiglio concernente la dottrina della cosiddetta “responsability to protect”. Quest’ultima, è costituito da un insieme di principi che sarebbero alla base, secondo alcuni, di una nuova norma internazionale. La votazione è avvenuta il 18 aprile durante la seduta plenaria del PE, e pur essendo una raccomandazione, e quindi di natura non vincolante per il Consiglio, il risultato può avere importanti conseguenze sia sul piano europeo che internazionale.

Prima di spiegare il perché dell’importanza del voto di ieri, è necessario delineare in cosa consiste questo insieme di principi. La R2P, come espressa in gergo, è una dottrina in costante evoluzione ed estremamente fluida che tende a non creare accordo tra i giuristi di tutto il mondo per quanto riguarda il suo posizionamento nella gerarchia delle fonti. Anche in questo caso quindi, come spesso accade nel diritto internazionale, oltre alla complessità dei contenuti, si aggiunge l’enigma giuridico, rendendo la discussione sulla vera natura della dottrina di difficile codificazione. Quali sono le caratteristiche più importanti di una dottrina che coinvolge concetti come intervento umanitario, protezione dei civili e responsabilità internazionale?

La R2P si basa su una diversa interpretazione della sovranità statale, che non è più concepita come un diritto ma come una responsabilità. Lo Stato, infatti, ha il dovere di proteggere i propri cittadini, e nel caso in cui ciò non avvenisse, sarà la Comunità Internazionale ad assumersi il ruolo di “protettore”. Questa piccola rivoluzione copernicana del diritto internazionale si basa su 3 pilastri: innanzitutto la già citata responsabilità statale di proteggere i propri cittadini dai “mass atrocity crimes” come pulizia etnica, crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra. Inoltre, la Comunità internazionale deve assistere lo Stato ad adempiere tale obbligo, e da ultimo, nel caso in cui ciò non fosse possibili, la Comunità internazionale può intervenire prima con misure pacifiche, come per esempio la mediazione, e poi con misure coercitive, come le sanzioni economiche o l’intervento militare. Ed è proprio su quest’ultimo punto, quello più importante, che c’è l’intoppo.

Infatti, nell’evoluzione storica di questa nuova dottrina, un ruolo chiave è stato giocato dagli organi delle Nazioni Unite, i quali hanno visto nella R2P una delle possibili soluzioni alla completa inattività dell’Organizzazione durante i grandi conflitti degli 90, come per esempio il genocidio in Rwanda o le guerre nei Balcani. In entrambi i casi, le Nazioni Unite non hanno saputo agire di fronte ai più efferati crimini avvenuti dopo la fine della 2’ guerra mondiale. Tutti si ricorderanno il massacro di Srebrenica (1995), dove i peacekeeper della compagnia olandese “Dutchbat”, furono in parte responsabili del massacro di oltre 8000 musulmani bosniaci per mano delle truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic. Oppure ancora, il caso della missione UNAMIR (United Nations Assistance Mission for Rwanda), che non impedì il genocidio del 1994, tant’è che fu necessario l’intervento massiccio dei francesi con l’operazione Torquiose per interrompere il massacro.

In risposta a tali fallimenti, dai primi anni 2000, le Nazioni Unite hanno gradualmente assorbito questa dottrina per fare in modo di avere strumenti utili a rispondere a eventuali atrocità come quelle degli anni 90. Grazie ad alcune risoluzioni, la R2P è ormai uno strumento a disposizione dell’unico organo responsabile di autorizzare un intervento militare, il Consiglio di Sicurezza. Quest’ultimo, ha il potere di autorizzare un intervenire militare nel territorio di uno Stato Sovrano, per evitare che si consumino crimini come quelli descritti. Tale autorizzazione, tuttavia, trova un limite invalicabile nell’eventuale veto posto da uno dei membri permanenti del CDS (Francia, Gran Bretagna, USA, Cina, Federazione Russa); ed è nel gioco dei veti che la R2P trova uno dei propri limiti maggiori: la discrezionalità.

Proprio la raccomandazione del 18 aprile, adottata senza necessità di voto come previsto dall’articolo 97 del regolamento interno del Parlamento Europeo, sottolinea come l’intervento in Libia sotto egida ONU ha avuto un duplice effetto: ha sì salvato molte vita, ma anche mostrato le debolezze della dottrina. Di conseguenza, il PE raccomanda al Consiglio di dedicare un maggiore sforzo nel trovare un accordo con altri partner importanti per proseguire “l’istituzionalizzazione” di queste norme, per assicurare una maggior coerenza ed efficacia dello strumento. La raccomandazione richiede inoltre un particolare sforzo ai due membri permanenti del CDS che fanno parte dell’Unione, la Francia e la Gran Bretagna, per proseguire nel foro competente, le Nazioni Unite, un lavoro diplomatico che abbia come obiettivo quello di sostenere l’applicazione della R2P in ogni situazione in cui sia necessaria. L’obiettivo finale è quello che uno dei grandi giuristi italiani, Benedetto Conforti, definisce la non circolarità del diritto internazionale: secondo Conforti, infatti, una volta che una guerra è scoppiata, il diritto internazionale non ha più una funzione, mostrando come un ordinamento giuridico non ha sempre una norma di chiusura. In sostanza, il PE raccomanda al Consiglio di lavorare per chiudere questa lacuna, per portare nella comunità internazionale l’unico elemento che ancora manca: un gendarme imparziale.

Testo integrale della raccomandazione

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