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Il PE vuole una riforma della difesa europea e rilancia sulle relazioni UE-NATO

Durante la sua ultima seduta, la commissione per gli affari esteri del Parlamento Europeo (AFET) ha adottato la Relazione Giannakou sullo stato attuale delle strutture militari europee e le loro prospettive future. Il documento evidenzia come, nonostante il dialogo politico che all’inizio del millennio ha portato alla nascita della politica di sicurezza e difesa ed al crescente impegno militare dell’UE in diverse aree del globo, ancora oggi l’Unione soffra di un’insufficiente capacità di reagire alle crisi internazionali. Partendo da questi presupposti, la commissione AFET ha voluto mettere in luce le principali lacune della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) e quali siano gli accorgimenti necessari a “portare la PSDC ad un nuovo livello”.

La necessità di istituire un quartier generale permanente emerge come la priorità assoluta, in quanto permetterebbe di mantenere una migliore memoria istituzionale ed esercitare una gestione più organica e strutturata delle diverse missioni attive, a beneficio della generale coerenza ed efficacia della PSDC e più in generale della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC). Non che questa sia una proposta nuova: già in passato alcuni Stati membri si erano fatti portavoce di questa richiesta, l’ultima volta nel novembre 2011, quando Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna avevano chiesto formalmente all’Alto Rappresentante Catherine Ashton di studiare misure in grado di fornire all’UE “capacità critiche”, come appunto un quartier generale che rafforzasse le capacità di conduzione integrata dell’UE, proposta già bocciata l’anno precedente. In questa direzione si muove inoltre la richiesta esplicita ai governi degli Stati membri di avviare una riforma della difesa europea già nel dicembre 2013, quando si terrà il prossimo Consiglio Europeo sul tema.

Oltre a questo elemento, il PE invoca anche una cooperazione più strutturata per eliminare i punti deboli delle attuali capacità europee nell’ambito delle missioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione), come ad esempio il rifornimento in volo, assistenza medica, trasporto strategico, nonché la condivisone delle spese più onerose (capacità spaziali, un sistema unico di pilotaggio a distanza MALE, ossia a media altitudine e lunga percorrenza).

La relazione lamenta poi una forte carenza nelle capacità di risposta rapida delle forze europee. Il rapporto chiama in causa direttamente i gruppi tattici europei, i cosiddetti Battlegroups, unità militari multinazionali di circa 1500 uomini, pronte al dispiegamento in ogni momento grazie ad un sistema di rotazione delle truppe. Nonostante siano pienamente operativi già dal 2007, questi battaglioni, definiti da alcuni uno standing army, non sono stati mai utilizzati, dando un connotato tristemente ironico alla definizione. Definizione che peraltro non è particolarmente apprezzata dal PE, che ha voluto sottolineare che i gruppi tattici restano comunque una risorsa limitata nelle dimensioni e nella sostenibilità, ben diversi dunque da uno strumento di intervento a carattere universale previsto dagli obiettivi di Helsinki del 1999 di creare una forza di 60 mila uomini dispiegabile in 60 giorni, obiettivo del tutto fuori portata dalle attuali capacità europee.

Un’attenzione particolare il PE l’ha naturalmente dedicata ai rapporti con la NATO, elemento spesso utilizzato dai detrattori della PSDC. Il Parlamento ha totalmente ribaltato questa visione, sostenendo innanzitutto che la NATO fornisce ottimi esempi di standardizzazione e cooperazione che l’UE dovrebbe imitare per sviluppare capacità proprie che siano pienamente interoperabili con l’organizzazione atlantica. In secondo luogo, la relazione afferma che la NATO e le forze militari UE sono complementari e si rafforzano a vicenda, ed è dunque fondamentale che esista una forte sinergia tra le due, rintracciabile attraverso “un dialogo strategico volto ad armonizzare i loro sforzi operativi e a concordare gli obiettivi strategici”.

Durante la stessa seduta, la commissione ha anche adottato una seconda relazione, di cui Rivista Europae si è già occupata precedentemente, vale a dire la creazione di una dimensione marittima per la PSDC. La relazione, pur riconoscendo gli sforzi sinora compiuti, principalmente nel Golfo di Aden e con la creazione di un centro operativo a Bruxelles, evidenzia tutti quegli aspetti a cui la PSDC non dedica la necessaria attenzione, come ad esempio la sicurezza delle rotte commerciali, il trasporto di merci illegali, l’immigrazione, la protezione ambientale.

Dopo una timida apertura di Ashton nel novembre 2012 e i primi segnali positivi provenienti dal Consiglio Europeo sulla difesa del mese successivo, le due relazioni non giungono per caso: il Parlamento ha voluto chiarire la propria posizione in merito alla PSDC in vista del prossimo Consiglio Europeo di dicembre, cavalcando un’onda che nei prossimi mesi potrebbe portare riservare non poche novità.

In foto il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen a colloquio con l’europarlamentare Fiorello Provera presso la commissione AFET il 6 maggio scorso (Foto: European Parliament)

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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