domenica , 18 febbraio 2018
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Il Sahel, Al Qaeda e il petrolio. Le sfide per l’UE

Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su quella zona dell’Africa sub-sahariana conosciuta come Sahel. Quest’area geografica, che raramente guadagna le prime pagine dei giornali, ha in realtà un’ importanza strategica altissima per l’Europa.

Sono principalmente quattro i settori strategici per l’UE che vedono coinvolto il Sahel in un ruolo cruciale: sicurezza energetica, lotta al terrorismo, immigrazione e lotta al traffico di droga internazionale. Questa regione ricchissima di materie prime (dall’uranio all’oro al petrolio) è infatti, per ragioni di relativa vicinanza geografica e di carattere storico, una zona in cui l’Europa, e la Francia soprattutto, ha sempre manifestato grande interesse e su cui in futuro dovrà puntare ancor di più.

Dal punto di vista della politica sull’immigrazione, il Sahel riveste un ruolo strategico per due motivi: il primo, sorto più recentemente, è dovuto all’immensa povertà della popolazione che ha spinto moltissimi a migrare verso l’Europa. Il secondo è rappresentato dal fatto che, storicamente, la regione è il collegamento tra l’Africa sub sahariana e il Mediterraneo e per questo è diventata la principale direttrice del passaggio delle rotte migratorie sud-nord in Africa. Questa vocazione a zona di passaggio è il motivo per cui in questa regione passano anche le rotte dei principali traffici di droga che dal Sud America si dirigono nel continente europeo.

A questi tre fenomeni se ne è aggiunto un quarto. Il Sahel è infatti diventato il “safe haven” di AQIM (Al Qaida in the Islamic Maghreb), che vi ha trovato un ambiente favorevole per il reclutamento e per il coordinamento dei propri interessi.

Per queste ragioni la Commissione Europea ha adottato nel 2011 un documento, la Sahel security and development strategy con l’obiettivo di gestire i problemi della regione con investimenti per lo sviluppo economico, rendendo così la zona meno ricettiva nei confronti delle organizzazioni criminali e terroristiche.

Partendo dall’idea che i problemi della regione siano in massima parte dovuti al suo sottosviluppo e che esso sia, a sua volta, aggravato dalla mancanza di sicurezza, il piano dell’UE prevede una serie di interventi e di investimenti articolati in quattro linee di azione: Development, good governance and internal conflict resolution volta a creare un ambiente favorevole alla crescita economica e alla creazione di un apparato amministrativo più trasparente capace di comporre i conflitti interni in maniera pacifica; “Political and diplomatic” mirata a promuovere una visione strategica di insieme dei problemi da affrontare da parte di tutti gli Stati della regione attraverso il dialogo ad alto livello e una stretta cooperazione; “Security and the rule of law” con l’obiettivo di rinforzare la capacità delle autorità di affrontare terrorismo e criminalità organizzata in maniera più efficiente e specializzata e a migliorare il controllo dello Stato sul territorio; “Fight against and prevention of violent extremism and radicalisation” volta ad aumentare la resistenza della popolazione locale nei confronti dello organizzazioni criminali e terroristiche.

Il piano coinvolge, oltre ai tre paesi del Sahel propriamente detti (Niger, Mali e Mauritania) e l’Unione Europea, anche i paesi del Maghreb occidentale, Marocco, Algeria e Libia, ma anche due paesi sub sahariani confinanti con il Sahel che con esso condividono molti problemi, cioè Ciad e Burkina Faso. Esso prevede l’utilizzo degli strumenti della cooperazione tramite il coinvolgimento sia dei principali attori regionali come l’Unione Africana e l’ECOWAS, sia di quelli internazionali come l’ONU, oltre che di altri paesi che hanno dei forti interessi nella regione (USA, Canada e Giappone).

Per l’attuazione di questa strategia l’UE ha stanziato circa 800 milioni di euro, di cui 450 nel Sahel, 200 nel Maghreb e altri 150 che possono essere mobilitati sempre verso i tre paesi del Sahel nel quadro del decimo EDF, da qui alla fine del 2013. Altre risorse possono essere liberate tramite l’IFS (Instrument for Stability).

Quello che traspare da questo documento è l’enorme scarto esistente tra gli obiettivi perseguiti e le risorse stanziate. La cifra di 800 milioni è infatti troppo bassa per pensare anche solo di cominciare un programma di sviluppo o di lotta al terrorismo, soprattutto in un’area enorme e popolosa come il Sahel. Quindi questo documento è un esempio lampante dei limiti dell’azione dell’Unione. Unisce infatti una profonda capacità di analisi ad una mancanza di mezzi per incidere effettivamente e, proprio come ci dimostra la situazione attuale del Mali, obbliga gli Stati membri a dover prendere l’iniziativa per difendere gli interessi propri e dell’Unione nella regione.

L' Autore - Giovanni Guido Rossi

Laureando in giurisprudenza presso l'Università degli studi di Torino e presso l'Université Paris V - René Descartes di Parigi. Da sempre appassionato di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Profondamente europeista e liberale e entusiasta di scrivere per questa rivista.

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