giovedì , 16 agosto 2018
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Integralismo nei Balcani: un pericolo attuale

Nel solco delle vicende che stanno interessando il Medio Oriente e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), si sono riacutizzati i timori legati al terrorismo di matrice islamica. L’ISIS starebbe reclutando guerriglieri da ogni angolo del pianeta, pronti a macchiarsi di efferati crimini in nome della Jihād. Non sorprende che a fornire all’ISIS un discreto apporto di combattenti sia proprio la “polveriera d’Europa”, i Balcani, da tempo immemore crocevia di etnie, culture e religioni.

I media, parlando di “pericolo terroristico nei Balcani”, non fanno altro che sintetizzare la realtà storica, dimenticando che il terrorismo nei Balcani non è un fenomeno recente e che l’ISIS non ha fatto altro che riportare alla ribalta la questione, dai più sottovalutata o accantonata dopo la cessazione delle guerre di dissoluzione.

Un problema, quello del terrorismo, che ha le sue origini proprio con la disgregazione della Jugoslavia di Tito. La Bosnia-Erzegovina è stato il primo Paese balcanico ad assistere ad una forte penetrazione, a causa della guerra e della necessità dei musulmani bosniaci di finanziamenti e armi. Il coinvolgimento nella guerra bosniaca (1992-1995) di combattenti integralisti islamici ha permesso loro un forte radicamento nella società. Infatti alla fine delle ostilità, dopo gli Accordi di Dayton, molti di questi mujaheddin sono rientrati nei rispettivi Paesi d’origine e molti altri, invece, sono rimasti in Bosnia dopo aver sposato donne bosniache o per vari (e discutibili) meriti militari.

In Bosnia hanno operato principalmente due gruppi di cellule terroristiche, gli iraniani e i cosiddetti “afghani”. Questi ultimi sono così chiamati non per la loro origine, ma per essere parte di quei combattenti islamici (algerini, egiziani, tunisini, iracheni, yemeniti, libici, giordani) che componevano un gruppo di circa 10.000 uomini fedeli ad Osama Bin Laden, addestrati dallo Special Air Service britannico (SAS) e finanziati dagli Stati Uniti per combattere contro i russi in Afghanistan. Harakat-ul-Ansar (HUA) è un terzo gruppo di militanti integralisti islamici, strettamente legato alla cellula terroristica di Al-Qaeda. L’HUA, fondato in Pakistan nel 1993, ha combattuto in Bosnia ed ora si ritiene che sia coinvolto in numerosi attentati in alcune zone del Caucaso e del Medio Oriente.

Molti dei combattenti musulmani non bosniaci sono ancora presenti nell’area balcanica, soprattutto in Kosovo e, secondo fonti governative, anche in Macedonia (FYROM), in Serbia (nella zona del Sangiaccato) ed in Albania, dove hanno creato una solida infrastruttura che sostiene la causa estremista militante.

A sei anni dall’indipendenza, l’ex provincia serba del Kosovo si sta infatti rivelando una fucina di terroristi. In alcuni siti web impazza la figura di Lavdrim Muhaxheri, comandante di una sedicente “brigata balcanica” che dopo aver rivolto ai connazionali un appello ad unirsi all’ISIS per combattere gli “infedeli”, ha dato fuoco al suo passaporto kosovaro affermando “io sono solo un musulmano”.

Il problema però non è l’Islam di per sé, ma quell’aria di radicalismo che si respira nelle moschee che predicano la dottrina “wahabita” e le numerose organizzazioni che si spacciano per associazioni con scopi umanitari, ma che di fatto raccolgono ingenti somme di denaro per finanziare il terrorismo. Come hanno notato Roberto Magni e Luca Ciccotti, due ufficiali italiani della Guardia di Finanza che hanno preso parte alla missione EULEX in Kosovo, spesso si pensa al terrorismo come un sistema che si autofinanzia, ma non è propriamente così. Vengono create organizzazioni di comodo che raccolgono donazioni, sia private che governative, le quali vanno poi a confluire nelle tasche dei terroristi, evitando di dare nell’occhio con attività lucrative palesemente illecite.

Bisogna però chiedersi cosa spinge alcune persone ad abbracciare la causa dell’integralismo islamico al punto di lasciare il proprio Paese e andare a combattere in Siria e Iraq. Forse il dissesto economico che genera povertà e disoccupazione in tutti i Paesi balcanici è uno dei motivi determinanti per numerosi mercenari e non, a cui fa da sfondo un vuoto di identità e di appartenenza colmato da un indottrinamento religioso patologico e guerrafondaio.

Photo: una residenza religiosa distrutta durante l’espulsione dei Serbi dal Kosovo, nel 2004 © JovaStojan – www.flickr.com, 2004

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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