mercoledì , 15 agosto 2018
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ISIS

ISIS, il basso profilo della Turchia

Unico Paese NATO a condividere un confine con i due Stati tra cui si estende il “califfato” dell’ISIS, la Turchia si trova in una collocazione geopolitica di assoluta rilevanza strategica. Il ruolo di primo piano che gli alleati turchi potrebbero giocare nella nuova guerra dell’Occidente è stato riconosciuto in più sedi, come dimostra la visita del Segretario di Stato americano John Kerry, che poco più di una settimana fa ha incontrato il suo omologo turco Cavusoglu, a fianco di Erdogan e Davutoglu nelle loro nuove vesti di, rispettivamente, Presidente e Primo Ministro.

Tuttavia, la Turchia sembra riluttante ad impegnarsi in maniera sostanziale nelle operazioni contro lo Stato Islamico: è stata infatti l’unico Paese tra i partecipanti al summit di Jeddah dell’11 settembre a non firmare la dichiarazione conclusiva dell’incontro, con cui dieci governi arabi hanno espresso il proprio sostegno all’iniziativa militare statunitense. Nonostante le pressioni, soprattutto da parte di Washington, volte a promuovere un impegno più sostanziale, il governo di Ankara non parteciperà dunque direttamente alle operazioni militari e non concederà l’uso delle basi sul proprio territorio, limitandosi invece a fornire aiuti umanitari e a concedere agli alleati l’accesso al proprio spazio aereo per i sorvoli con finalità umanitarie o logistiche (mentre restano esclusi gli aerei impegnati in operazioni militari).

La scelta di mantenere un basso profilo deve essere riportata a diversi ordini di fattori, alcuni congiunturali ed altri più strutturali.

In primo luogo, la Turchia ha più ragioni degli altri alleati di temere le rappresaglie dell’ISIS. Innanzitutto, perché il suo territorio è più vicino e più facilmente accessibile. Inoltre, fino pochi giorni fa, la vulnerabilità turca derivava anche dal fatto che dall’11 giugno scorso lo Stato Islamico teneva in ostaggio presso il consolato turco di Mosul (Iraq) 46 cittadini turchi (più tre iracheni), per lo più personale diplomatico, incluso il Console Generale Ozturk Yilmaz. La linea del governo turco in questi mesi è stata quella di mantenere il più stretto riserbo possibile sulla vicenda, e, anche dopo la liberazione degli ostaggi avvenuta il 20 settembre, poche notizie sono trapelate. Resta comunque indubbio che i margini di manovra del governo sono stati fortemente limitati dalla vicenda: l’Agence France-Presse (AFP) ha ad esempio citato una fonte anonima del governo turco che avrebbe dichiarato prima della liberazione che la Turchia aveva “le mani legate” in Iraq. Ma la politica turca in rapporto alla coalizione non cambierà necessariamente rotta a seguito della risoluzione della vicenda ostaggi, in quanto restano aperte altre questioni.

Innanzitutto, la questione curda. Per quanto la Turchia abbia di recente manifestato una maggiore apertura nei confronti del governo regionale di Erbil, di certo non è nell’interesse dei turchi che vi sia una proliferazione di armi nella regione curda. Tale proliferazione sembra invece inevitabile come conseguenza della strategia di Obama, dato che questi è stato molto chiaro nella sua intenzione di continuare a difendere il principio del “no boots on the ground”, per cui le operazioni di terra andranno necessariamente condotte dai peshmerga, con le armi fornite dalla coalizione.  Resta vivo il timore di Ankara che queste possano finire nelle mani dei separatisti del PKK, danneggiando il processo di pace che da alcuni anni l’AKP cerca di condurre.

Per ciò che concerne le ragioni più strutturali, la Turchia ha mantenuto dal 2011 nei confronti della Siria una politica che non sempre è stata perfettamente allineata con quella occidentale, ed ha dimostrato di tendere verso una strategia di politica estera più indipendente. In realtà questo non è avvenuto solo in Siria, ma anche in altri scenari delle cosiddette “Primavere Arabe”, come la Libia (dove la Turchia ha alla fine appoggiato l’intervento NATO, ma con una certa riluttanza) o l’Egitto post-Morsi, dove Ankara ha parlato di “colpo di Stato” (definizione invece evitata da UE e Stati Uniti) e continua ad appoggiare la Fratellanza Musulmana. Nel caso specifico della Siria, i governi occidentali hanno spesso criticato la mancata chiusura dei confini da parte della Turchia (si stima che la maggior parte dei combattenti stranieri che si recano in Siria arrivi proprio dal confine nord-occidentale) e hanno in alcuni momenti accusato il governo turco di finanziare non solo l’opposizione moderata, ma anche alcuni gruppi più radicali.

In foto, l’incontro fra John Kerry e il ministro degli Esteri turco Cavusoglu (foto U.S. Department of State – Flickr 2014)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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2 comments

  1. La Turchia recita questo vergognoso ruolo di finto comprimario per il semplice fatto che, insieme alla Giordania, è in realtà il principale AGGRESSORE della Siria; questa campagna, con la sua fase preparatoria di infiltrazione di assassini e tagliagole, ha l’unico fine di SPODESTARE Assad, e attraverso i confini turchi e giordani, passano i terroristi che giungono da tutto il Mondo, ma soprattutto dall’Europa.

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