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Esercitazione congiunta della marina USA e di quella cinese nel golfo di Aden © U.S Naval Forces Central Command - www.flickr.com, 2013

ISIS e Cina: cambia la politica estera di Pechino?

La Repubblica Popolare Cinese ha tradizionalmente basato la sua politica estera sul principio di non interferenza negli affari interni di altri Stati. Ma quali possono essere le conseguenze del coinvolgimento diretto di cittadini cinesi in attività militari per conto di altri Paesi? Questa posizione potrà essere mantenuta qualora le attività dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) abbiano influenza sul territorio cinese o su interessi economici cinesi?

I cittadini cinesi nell’ISIS

Secondo diverse fonti, il coinvolgimento di cittadini cinesi è in continuo aumento. Recentemente il Ministro degli Interni malese, Ahmad Zahid Hamidi, ha affermato che circa 300 cittadini cinesi hanno attraversato la Malesia per potersi unire alle forze dell’ISIS. Negli ultimi mesi un gruppo di combattenti dell’ISIS ha giustiziato tre militanti cinesi, che, dopo aver aderito come foreign fighter, hanno provato ad abbandonare il conflitto. Inoltre, nel mese di gennaio, le autorità cinesi hanno arrestato nella provincia dello Xinjiang 10 cittadini turchi, che si suppone gestissero un traffico di falsi passaporti. Questi passaporti sarebbero dovuti servire a garantire l’accesso nei territori occupati dall’ISIS.

Proprio la provincia dello Xinjiang rappresenta per la Cina un tema estremamente delicato. Situata al confine con Pakistan e Afghanistan, viene considerata ad alto rischio per la presenza del Movimento Islamico dell’Est Turkestan (ETIM). Gli effetti di un eventuale supporto a tale movimento da parte delle milizie dell’ISIS potrebbero rivelarsi estremamente pericolosi per il governo cinese

La Cina più attiva contro il terrorismo internazionale?

Fino ad ora la posizione ufficiale di Pechino è stata quella di non voler prendere parte ad una eventuale coalizione militare guidata dagli Stati Uniti  contro l’ISIS. Ufficialmente, la Repubblica Popolare non ha ancora riconosciuto l’ISIS come un movimento terroristico. Tale posizione deve essere vista come una scelta strategica volta a non suscitare l’attenzione dello Stato Islamico, mantenendo una posizione neutrale ed evitando il coinvolgimento in eventuali attività militari.

Qualcosa però sembra iniziare a muoversi. Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri, Hong Lei, ha affermato che “la Cina si oppone a tutte le forme di terrorismo” e che “si augura di poter operare con la comunità internazionale per combattere le forze terroriste, includendo l’ETIM, per salvaguardare la pace, la sicurezza e la stabilità”. Questa dichiarazione riassume il pensiero del governo cinese: viene enfatizzato il supporto della comunità internazionale nei confronti della Cina nella sua battaglia contro le minacce del terrorismo e del separatismo interno, mentre l’apporto cinese con alla comunità internazionale deve restare limitato ai soli casi che possano coinvolgere direttamente la Cina. Tale posizione porterebbe quindi la Cina a concentrarsi esclusivamente sulla lotta all’ETIM, senza possibilità di una maggiore contribuzione cinese alle attività di antiterrorismo. Questo potrebbe però essere complicato dalla crescente presenza di cittadini cinesi nelle truppe dell’ISIS, ma soprattutto dagli interessi cinesi nei territori occupati.

Gli interessi cinesi in gioco: uno sviluppo pacifico?

La Repubblica Popolare Cinese è il maggior investitore straniero nell’industria petrolifera irachena. L’eventuale vittoria delle forze appartenenti all’ISIS porterebbe ingenti perdite per le compagnie cinesi. La China National Petroleum Corporation (CNPC) è già stata costretta ad abbandonare i propri stabilimenti in Siria. Il Ministro degli Affari Esteri Ibrahim Jafari ha recentemente affermato che la sua controparte cinese, Wang Yi, avrebbe offerto il supporto cinese nella lotta contro i militanti dello Stato Islamico. Pechino avrebbe proposto una serie di bombardamenti mirati contro le postazioni dello Stato Islamico.

I costi che tale scelta potrebbe comportare non riguardano infatti il singolo caso iracheno, ma andrebbero a stravolgere il concetto di “sviluppo pacifico” cinese, mettendo in mostra una capacità di proiezione militare per la difesa di interessi economici e politici poco conforme all’immagine di potenza non imperialista da sempre proposta dal governo cinese.

La Cina si trova dunque a dover scegliere tra la difesa dei propri interessi economici e lo stravolgimento della propria tradizionale attività di politica estera. Una sorta di rivoluzione copernicana della politica di basso profilo tenuta fino ad ora e che potrebbe avere ripercussioni sugli equilibri regionali e globali.

L' Autore - Daniele Di Cara

Viaggiatore incallito e curioso mi piace vivere il mondo e raccontarlo. Ho esperienze nel settore della cooperazione europea in campo giovanile. In passato ho servito in Ecuador come United Nations Volunteer per l'UNDP e in Bulgaria all'interno del programma europeo SVE. Mi sto specializzando nelle relazioni internazionali dell'Asia orientale.

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