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Manifestazione #BringBackOurGirls a New York © Michael Fleshman/ Flickr 2014

Islam e terrore: Boko Haram e la fedeltà all’ISIS

Sullo schermo un uomo di colore in mimetica e con un kalashnikov a tracolla fa un annuncio in arabo. Alle spalle un semplice sfondo verde. In alto a destra dello schermo due kalashnikov incrociati e un Corano su cui svetta la bandiera nera con la shahada: l’emblema di Boko Haram. Il protagonista di questo video è Abubakar bin Muhammad Shekau, leader del gruppo terroristico nigeriano, che il 7 marzo ha annunciato su Twitter fedeltà all’ISIS e la sottomissione alla fatwa dell’autoproclamato Califfato, affermando che Boko Haram “ascolterà e obbedirà in tempi di difficoltà come in tempi di prosperità.”

Boko Haram (BH) nasce agli inizi del secolo da Mohamed Yussuf, imam istruitosi in Arabia Saudita, intorno alla moschea di Maiduguri, capitale dello Stato federale del Borno, nel nord del Paese. BH ha tratto vantaggio dalla profonda eterogeneità della Nigeria, una repubblica presidenziale federale in cui Stati con ampie autonomie amministrative e politiche si intersecano con una società etnicamente frammentata:  centosessanta milioni di abitanti appartenenti ad oltre duecentocinquanta etnie, tra cui spiccano per ampiezza gli Yoruba (21%), gli Hausa-Fulani (20%), gli Igbo (10%) e i Kanuri (4%).

Questo ampio mosaico etnico-politico è retto dal compromesso tra i due gruppi etnici principali, i primi a maggioranza cristiana, i secondi a maggioranza musulmana. La distribuzione geografica delle etnie ha giocato un ruolo preponderante nella nascita e crescita di BH: l’opera evangelica e di alfabetizzazione legata alla dominazione coloniale britannica si è concentrata nelle ricche aree costiere del Paese dove risiede la maggioranza della popolazione Yoruba, lasciando invece le comunità del nord  esposte all’influenza di madrasse ed associazioni tradizionaliste islamiche locali.

La minoranza Kanuri ha subìto una forte influenza in tal senso, dando vita a diverse sette, la più recente delle quali è appunto BH. Prevedendo una sorta di sistema educativo e di welfare alternativo a quello statale, BH riesce ben presto a raggiungere un’ampia fetta della comunità islamica del nord del Paese, ma il timore di una sua evoluzione verso un blocco etnico-politico e militare (la prima azione violenta di BH risale al luglio 2009) in grado di alterare il delicato equilibrio del Paese spinge il governo di Abuja a reprimere la setta, distruggendone la moschea e uccidendone il leader. Una scelta che però ottiene risultati opposti a quelli desiderati, favorendo l’ascesa della cerchia estremista in contatto con AQMI e Al Shabaab, guidata da Shekau.

Declinando il sentimento identitario e l’emarginazione dei Kanuri (ma anche di altre comunità islamiche) in chiave salafita radicale, Shekau punta oggi a creare un “emirato nigeriano” retto dalla Sharia. In questa missione, Shekau è affiancato da una Shura di trenta membri, responsabili di altrettante cellule operanti in una decina dei trentasei Stati federali, finanziandosi tramite il sostegno di alcuni politici locali in rotta con il governo di Goodluck Johnatan (Ijaw cristiano) e il controllo del traffico di droga ed esseri umani nella regione.

Le motivazioni dell’affiliazione, ufficialmente appoggiata dal portavoce dell’ISIS Abu Mohammed al-Adnani,  sono molteplici. Innanzitutto le divergenze con Al-Qaeda in merito agli attacchi contro i musulmani moderati (in particolare gli Hausa-Fulani) considerati apostati e rei di essere corrotti dal costume occidentale. In secondo luogo, ci sono considerazioni di natura strategica: di fronte all’escalation di violenze, Chad, Nigeria e Camerun hanno costituito una forza multinazionale che ha costretto i terroristi a cedere terreno, mentre il Consiglio di Sicurezza ONU sta approntando una risoluzione per sostenere lo sforzo bellico dei Paesi coinvolti. Dal canto suo, l’ISIS potrebbe trarre vantaggio dall’apertura di un nuovo fronte, dimostrando che l’appetibilità della propria missione è tutt’altro che in declino.

Nonostante questo, l’affiliazione non sembra poter mutare la dimensione del conflitto, che presenta solo pochi spill-over negli Stati confinanti, per lo più legati alla permeabilità etnica della regione rispetto ai confini statali. Oltre ad avere obiettivi solo su scala nazionale, Boko Haram non dispone infatti di mezzi adeguati alla conduzione di attacchi cinetici e grandi manovre come invece accade Medio Oriente, prediligendo una tattica asimmetrica basata su attacchi suicidi, IED, autobombe, raid contro la popolazione e operazioni hit-and-run contro le forze di sicurezza.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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