mercoledì , 21 febbraio 2018
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Photo © US Army Africa, 2007, www.flickr.com

Juncker: “Servirebbe un Esercito europeo”

“Un esercito europeo […] ci aiuterebbe a dare forma alla politica estera e di sicurezza comune e permetterebbe all’Europa di assumersi le proprie responsabilità nel mondo”.

Con questa dichiarazione, rilasciata a un un quotidiano tedesco, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha sorpreso questa settimana molti spettatori dell’arena politica europea. La posizione di Juncker in merito alla questione non è una novità, ma va comunque contestualizzata. Il Presidente ha più volte espresso il proprio sostegno all’idea di un esercito europeo, ma le recenti affermazioni non implicano una prossima proposta da parte della Commissione, che peraltro non ha competenza in materia. Piuttosto, tali dichiarazioni reiterano ciò che think tank, accademici, industriali e le istituzioni stesse affermano da diversi anni: una difesa europea realmente comune garantirebbe diversi vantaggi all’UE e agli Stati membri, che non si esaurirebbero nel semplice comparto militare.

Un esercito comune che “invii alla Russia il chiaro messaggio che siamo determinati a difendere i nostri valori europei” è un obiettivo che parte da considerazioni attuali, ma che necessiterebbe una comune volontà politica che impiegherebbe anni ad affermarsi. Al contrario, senza risvegliare lo spauracchio della cessione di sovranità, un rafforzamento degli strumenti attualmente esistenti, unito alla razionalizzazione delle risorse e dei processi industriali, garantirebbe realisticamente di proteggere l’integrità territoriale degli Stati membri, apportando anche ricadute economiche positive: l’ammontare totale della spesa per la difesa dei Ventotto, che si aggira intorno al 190 miliardi di euro annui, verrebbe abbattuto di 26 miliardi secondo le stime più timide del Parlamento Europeo, mentre i calcoli più ottimistici parlano addirittura di risparmi per 130 miliardi, che potrebbero essere reindirizzati verso altre politiche altrettanto importanti e attuali come la lotta alla disoccupazione, lo sviluppo sostenibile o il sostegno alle piccole e medie imprese.

La posizione di Juncker è quindi ben riassunta nelle linee guida presentate lo scorso luglio: “[…] neanche il più forte dei soft power può arrangiarsi nel lungo periodo senza una qualche forma di capacità di difesa integrata. Il trattato di Lisbona fornisce l’opportunità a quegli Stati membri che lo desiderino di mettere in comune le proprie capacità di difesa tramite la cooperazione strutturata permanente. […] In tempi di scarsità di risorse, dobbiamo far combaciare le ambizioni con le risorse a disposizione per evitare la duplicazione dei programmi. Ad oggi, oltre l’80% degli investimenti in equipaggiamenti nel settore della difesa nell’UE viene ancora speso a livello nazionale”.

Seppur inclusa nei trattati, la graduale definizione di una politica di difesa comune resta però soggetta all’unanime delibera del Consiglio Europeo. Javier Solana, ex Alto Rappresentante per la PESC, ha additato i leader europei accusandoli di “guardarsi l’ombelico” senza considerare la dimensione europea della sicurezza. Se, infatti, la PESD ha dimostrato che la cooperazione sul campo è possibile, non ha però condotto a una reale convergenza politica, dove la PESC è rimasta ancorata a una gestione intergovernativa dai risultati parziali e incapace di raggiungere obiettivi politici di ampio respiro.

In quest’ottica, si deve guardare alle parole di Juncker con un segnale al Consiglio Europeo, che si riunirà in giugno per discutere di sicurezza e difesa. Un segnale che, tuttavia, ha per ora sollevato per lo più reazioni negative da parte degli Stati membri, in special modo da Regno Unito e Francia, i due Stati che con la dichiarazione di Saint Malò avevano dato il via alla nascita della PESD e oggi timorosi per le ripercussioni che ciò avrebbe sulla NATO. Il binomio UE-NATO è però tutt’altro che irrisolvibile: una maggiore integrazione della difesa europea renderebbe più facile tener fede al principio di sicurezza collettiva e al tempo stesso di garantire la sicurezza di quegli Stati membri che non fanno parte dell’alleanza nord-atlantica.

Non vi è dubbio alcuno che in termini politici e pratici una cooperazione più solida nel settore della difesa produrrebbe vantaggi eccezionali per l’UE, ma gli euroscettici possono stare tranquilli: l’esercito europeo è un leviatano che continuerà a dormire ancora molto a lungo.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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