giovedì , 16 agosto 2018
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La militarizzazione del Levante nell’evolversi della crisi siriana

Nel piano del dibattito su opportunità e modalità di un intervento nel marasma del conflitto siriano, un dato di fatto è la progressiva militarizzazione della sponda orientale del Mediterraneo. Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno in qualche modo costretto gli attori occidentali indirettamente coinvolti nel conflitto, perlomeno quelli privi di una concreta prossimità geografica, ad attuare in via preventiva alcune contromisure. In attesa del via libera ad un intervento congiunto e interforze contro il regime di Assad, o nell’eventualità di una meno auspicabile escalation della crisi, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno incrementato il loro impegno militare nell’area.

Risale a meno di una settimana fa l’invio da parte del Regno Unito di sei caccia Typhoon presso la base aerea di Sua Maestà in territorio cipriota. Dopo il voto contrario del parlamento britannico ad un intervento unilaterale e la richiesta, da parte del Presidente Obama, di una pronuncia del Congresso in merito ad un’eventuale azione contro il regime alauita, hanno avuto luogo altri spostamenti strategici di unità militari. Prima di valutarne l’entità e soppesare le ragioni sottostanti tali azioni, è opportuno sottolineare la volatilità e la variabilità di queste informazioni per almeno due ragioni. In primis alcune di queste, quali per esempio la dislocazione di particolari unità (SSBM e velivoli stealth), non sono di dominio pubblico in quanto altamente classificate e riguardanti la sicurezza nazionale di ogni singolo Paese coinvolto. Secondariamente, si parla principalmente di unità mobili, quali appunto imbarcazioni e velivoli, per le quali si può identificare esclusivamente, per usare un termine militare, una AOR (area of responsability), variabile nell’entità di centinaia di chilometri.

Iniziando dagli Stati Uniti, alla Sesta Flotta di stanza nel Mediterraneo sono stati aggregati, nel corso degli ultimi mesi, quattro Destroyer classe Arleigh Burke (Mahan, Barry, Gravely, Ramage) ai quali negli ultimi giorni se n’è aggiunto un quinto (Stout). Oltre a queste unità, vi è la convinzione che vi sia schierato nell’area almeno un sottomarino nucleare d’attacco classe Ohio (stessa classe del USS Florida schierato durante la campagna libica del 2011) capace di trasportare fino a 154 missili Tomahawk. A questi assetti si aggiunge la presenza della nave da trasporto anfibio USS San Antonio, di stanza nell’Oceano Indiano e in transito nel Mediterraneo, con a bordo una vasta gamma di elicotteri e convertiplani (MV- 22 Osprey), in aggiunta ad un intera Marine Expeditionary Unity (26th MEU) pronta ad intervenire in caso sia necessario evacuare personale americano da Libano, Giordania e Israele. Sempre all’interno dello stesso raggio di azione di un eventuale intervento si trovano le due portaerei USS Harry S. Truman e USS Nimitz, l’ultima delle quali, secondo una notizia di poche ore fa, sarebbe in rotta verso il Mar Rosso, accompagnata dal suo gruppo d’attacco, leggermente fuori la sua AOR.

Rimanendo sempre in ambito anglosassone, anche la Marina del Regno Unito ha incrementato i suoi assetti nel tratto di mare adiacente la regione del Mashrek. Anche se molti degli spostamenti previsti, almeno secondo i rumori provenienti dalle camere governative (l’invio di parte della flotta schierata a Gibilterra, in particolare le due portaelicotteri HMS Illustrious e HMS Bulwark), sono stati momentaneamente interrotti, sembrerebbe comprovata la presenza di almeno un sottomarino lanciamissili classe Trafalgar, più, come anticipato, i sei Typhoon schierati presso la base di Akrotiri. La Francia, unico Paese europeo fortemente a favore di un rapido intervento, ha già schierato nell’area la sua nave ammiraglia, la portaerei Charles de Gaulle, dalla quale potrebbero decollare i Rafale in caso di un eventuale raid aereo, e la fregata Chevalier Paul, come parte del gruppo d’attacco d’Oltralpe.

Questo progressivo accerchiamento navale, non è passato inosservato alle alte sfere del Cremlino, il quale, secondo notizie delle ultime ore, avrebbe avviato il ridislocamento di due unità delle Flotta Baltica, il cacciatorpediniere antisommergibili Pantaleyev e l’incrociatore lanciamissili Moskvail, a favore degli assetti presenti presso la base di Tartus. La presenza di diverse unità battenti diversa bandiera in uno specchio di mare così ristretto, per quanto non rappresenti una novità, introduce un nuovo fattore di rischio per l’escalation della crisi: cosa succederebbe se un incidente di manovra o un attacco terroristico colpisse una di queste unità? Il rischio c’è, e continua proporzionalmente ad aumentare con l’aumentare degli assetti dispiegati.

In foto, la portaerei USS Nimitz in transito nel Mar d’Arabia (© U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 3rd Class Jess Lewis)

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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