martedì , 14 agosto 2018
18comix

La missione francese in Mali, una nuova campagna a lungo termine?

L’intervento delle forze armate francesi in Mali, iniziato l’11 gennaio, non giunge inatteso: anche senza agitare gli spettri di supposte avventure neocoloniali, è impossibile negare l’interesse francese per una regione che storicamente ha costituito il fulcro dell’impero coloniale di Parigi. La Francia è coinvolta nella crisi non solo sul campo, ma anche nelle sedi multilaterali di più alto livello, avendo contribuito in modo decisivo alla stesura della risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 12 ottobre 2012, che premeva per una soluzione regionale sotto l’egida dell’ECOWAS (Economic Community of West African States). La Francia non appariva intenzionata a intervenire direttamente. Tuttavia, due fattori hanno forzato la mano al Presidente François Hollande: le incertezze degli attori regionali, che hanno esitato ad attuare il dettato della risoluzione, e l’improvvisa degenerazione della crisi nei primi giorni del 2013.

I mesi autunnali erano stati infatti caratterizzati dall’equilibrio, mentre i ribelli islamisti stabilizzavano la propria posizione nelle grandi città nel nord occupato, come Gao e Timbuktu, e nella capitale Bamako le forze civili e militari tentavano di preparare piani sostenibili per un’azione militare. L’8 gennaio due colonne di insorti si sono però dirette improvvisamente verso sud, conquistando la città di Konna e mirando allo strategico porto di Mopti sul fiume Niger, a 600 km dalla capitale. Di fronte al rischio di una definitiva capitolazione del paese, il Presidente francese ha deciso di utilizzare le proprie forze stanziate nella base di Ndjamena, in Chad, e a Ouagadonou, in Burkina Faso, per affiancare l’esercito maliano in un’azione indirizzata a scongiurare la minaccia islamista. L’azione, che sinora ha coinvolto 2900 uomini delle forze armate francesi a sostegno dell’esercito maliano, è riuscita nell’intento non solo di ricacciare gli insorti nella parte settentrionale del paese, ma anche di conquistare porzioni di territorio sotto il controllo ribelle da quasi un anno. Il 28 gennaio, la città simbolo di Timbuktu è stata liberata.

La missione francese suggerisce due motivi di riflessione. Innanzitutto, citando The Economist, la situazione in Afrighanistan deve essere contestualizzata: la crisi maliana si inserisce infatti in un intricato disegno di rivendicazioni etniche, sottosviluppo e assenza di vere e proprie strutture statali. Alle complessità tipiche di molti contesti africani, in Mali si è aggiunta la componente dei gruppi islamisti, che come in Nigeria e Somalia hanno saputo sfruttare i risentimenti locali per costruire una propria base operativa nel paese. Intervenire in Mali è stato apparentemente semplice. Abbandonare il paese in tempi rapidi, dopo aver conseguito una vittoria militare che appare probabile, potrebbe non esserlo altrettanto. Hollande, durante la sua visita trionfale a Timbuktu il 2 febbraio, ha manifestato l’intenzione francese di non prolungare eccessivamente i tempi dell’intervento, pur ammettendo che le truppe “rimarranno fino a quando sarà necessario”. Le difficoltà intrinseche al contesto maliano potrebbero non permetterlo. Sembra dunque assumere un’ulteriore rilevanza l’approccio dell’Unione Europea, che tende a privilegiare politiche di più lungo periodo, volte a garantire la stabilità strutturale delle società africane tramite lo sviluppo economico, considerato l’antidoto migliore alle cause strutturali dei conflitti. Certamente, l’attuale degenerazione della crisi maliana ha spinto l’UE ad appoggiare la missione francese, come sancito dal Consiglio Affari Esteri del 17 gennaio.

Infine, rimane aperta la questione della legittimità dell’intervengo. Molti Stati africani hanno sviluppato una forte diffidenza nei confronti di interventi occidentali, in particolare delle ex potenze coloniali, lesivi della loro sovranità. Il caso del Mali sembra essere differente. Molti resoconti dal nord del paese testimoniano l’accoglienza positiva che le forze francesi hanno ricevuto da parte della popolazione. Certamente, la stretta islamista è stata particolarmente forte e potrebbe costituire una spiegazione per l’assenza delle tradizionali accuse nei confronti dei ‘neocolonialisti’ di Parigi. Così come il caos istituzionale che lo Stato maliano ha conosciuto dopo il colpo di stato militare del marzo 2012 può aver alimentato il desiderio di stabilità delle popolazioni locali. Lo stesso Presidente Hollande ha legittimato l’intervento francese davanti al Parlamento Europeo, ricordando che la Francia si è assunta le proprie responsabilità, rispondendo alle aspettative in tal senso delle istitutizioni del Mali. Appare tuttavia problematico prevedere quanto questo sentimento si protrarrà nel tempo, soprattutto se le presenza francese dovesse dimostrarsi duratura. Intervenire è stato semplice: garantire la legittimità della propria presenza non sarà così scontato per la Francia, che necessiterà del supporto politico dell’Unione Europea.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

Check Also

Putin

Vladimir Putin mette in mostra i nuovi armamenti della Russia

Dopo la competizione tra Trump e Kim Jong-un su chi avesse il bottone nucleare più …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *