giovedì , 16 agosto 2018
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Learning by doing nel Corno d’Africa: la PSDC e il “comprehensive approach” europeo

Articolo tratto dal nostro numero mensile di Aprile 2013 (n. 1), “L’Unione Europea e la nuova corsa all’Africa” (pp. 33-36)

La situazione del Corno d’Africa rappresenta uno dei più grandi fallimenti del sistema internazionale: si tratta infatti di una regione esposta a gravi situazioni di insicurezza umana ed alimentare, teatro e vittima della prima grande carestia del XXI secolo e di conflitti inter, intra e non-statali. La spirale di insicurezza e povertà che ne ha caratterizzato il recente passato rappresenta oggi un esempio eclatante del nesso tra sviluppo e sicurezza: attività criminose, reti terroristiche e pirateria prosperano sfruttando condizioni di povertà estrema, accrescendo i fattori principali di ingovernabilità della regione che a loro volta portano ad un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita per la grande maggioranza della popolazione.

Politicamente ed economicamente la regione è estremamente fragile: nonostante negli ultimi anni Stati come Kenya e Uganda siano riusciti ad accelerare la crescita economica, per la maggior parte essi dipendono ancora pesantemente dalle importazioni e da scarse infrastrutture, mentre da un punto di vista politico – pur non dimenticando i passi in avanti come l’insediamento del nuovo parlamento somalo e l’elezione del nuovo presidente Hassan Sheikh Mohamud nel 2012 – la situazione resta pesantemente minacciata dai continui conflitti aperti tra i membri dell’IGAD (Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, composta da Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan ed Uganda) riducendo le possibilità di cooperazione regionale.

La sub-regione rappresenta quindi una grande fonte di preoccupazione, le cui ripercussioni trascendono i confini regionali influenzando negativamente le aree circostanti. Tra queste figurano flussi di immigrazione illegale e di rifugiati di cui l’Unione Europea (UE) è il maggior recettore, traffici illeciti e contrabbando internazionale, creazione di network terroristici, fenomeni diffusi di pirateria. Questi aspetti sociopolitici hanno importanti ripercussioni sulle dinamiche economiche internazionali: l’UE è, infatti, il principale partner commerciale della regione (4,7 miliardi di euro in esportazioni nel 2011, dato in aumento costante negli ultimi tre anni) ed ogni anno 100.000 navi cargo attraversano l’Oceano Indiano, dove transita il 66% del traffico mondiale di petrolio.

Nel contesto strategico europeo di sicurezza, la stabilizzazione socio-economica e politica del Corno d’Africa rappresenta quindi un tassello cardine che ridurrebbe sensibilmente numerose minacce, a tutto vantaggio della regione, dell’UE e probabilmente dell’intero sistema internazionale. A tal fine l’UE ha adottato nel novembre 2011 lo Strategic Framework for the Horn of Africa, un approccio regionale basato su cinque punti fondamentali: costruzione di strutture statuali democratiche solide; rafforzamento della pace; riduzione degli effetti dell’insicurezza; riduzione della povertà; promozione della crescita.

In tale quadro, l’aspetto della sicurezza assume un rilievo particolare soprattutto nella sua dimensione marittima, cui l’UE ha dedicato particolare attenzione fin dal 2008, focalizzandosi principalmente sulla Somalia, storicamente lo Stato fallito per eccellenza, in cui sono da rintracciare le cause primarie della pirateria. Nello specifico, sotto l’ombrello della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC), l’UE ha fino ad oggi lanciato tre missioni che rispondono al comune obiettivo di stabilizzazione della regione.

  • EUNAVFOR Atalanta. Lanciata nel 2008 e da poco prorogata fino al dicembre 2014, mira a contrastare le attività di pirateria lungo le coste somale. La missione, che tra personale a terra ed in mare conta circa 1.400 unità, copre una superficie equivalente ad una volta e mezzo il territorio europeo. Scortando imbarcazioni del World Food Programme e della Missione in Somalia dell’Unione Africana (AMISOM), la missione ha raggiunto ottimi risultati, proteggendo fino ad oggi 300 vascelli e permettendo la consegna di oltre un milione di tonnellate di aiuti umanitari. Dal 2009 al 2012 gli abbordaggi da parte di pirati sono passati da 163 a 36, con 149 pirati consegnati alle autorità competenti. Inoltre il mandato della missione è stato esteso anche a terra con l’obiettivo di smantellare i safe havens dei pirati lungo le coste per privarli del supporto logistico loro necessario. Atalanta include nel suo mandato anche il monitoraggio delle attività di pesca, impedendo la pesca illegale, elemento di disturbo nell’economia del Paese.
  • EUTM Somalia. Avviata nel 2010 con 101 unità all’attivo, ha l’obiettivo di rafforzare le forze di sicurezza somale attraverso addestramento e supporto strategico. Fino ad oggi circa 3.000 soldati somali di ogni grado sono stati addestrati in collaborazione con le forze ugandesi nei settori della polizia militare, cooperazione civile-militare, intelligence, genio militare e protezione dei civili. La missione (estesa fino al marzo 2015) comprende anche attività di strategic and political advice al Ministero della Difesa ed allo Stato Maggiore somali, nonché attività di mentoring e potenziamento delle capacità nel settore dell’addestramento.
  • EUCAP Nestor. La missione conta 175 unità civili affiancate da una piccola equipe di esperti militari il cui obiettivo è quello di sviluppare le capacità di controllo delle acque territoriali di Gibuti, Kenya, Seychelles, Somalia e Tanzania attraverso la costituzione di corpi di polizia costiera in grado di affrontare autonomamente il problema della pirateria. Il mandato di Nestor include anche il rafforzamento del Centro di Addestramento Regionale del Gibuti, dove avverrà l’addestramento di esperti di tutti i Paesi coinvolti ed il consolidamento della rule of law e del sistema giudiziario somali. Nestor può essere a pieno titolo considerata la chiave di volta dell’intera strategia europea di sicurezza nel Corno d’Africa: lasciando progressivamente le operazioni di controllo marittimo alle forze regionali costituite ed addestrate, essa dovrebbe funzionare come graduale exit-strategy per Atalanta e restituire il pieno controllo delle acque alle forze locali. Quest’ottica di lungo periodo si discosta sensibilmente dalle precedenti operazioni PSDC, per lo più focalizzate su singoli obiettivi, segnando lo spostamento verso una pianificazione di più ampio respiro strategico.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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2 comments

  1. Bel pezzo. Tuttavia il comprehensive approach dell’EU viene ancora gestito in maniera ad hoc, senza una grande strategia globale… il soft power europeo dunque, pur potenzialmente una enorme risorsa, non riesce ad essere globalmente così incisivo come potrebbe. Ad esempio, i buoni successi antipirateria nel Golfo di Aden si scontrano con la nulla gestione nel golfo di guinea, dove i problemi sono appena iniziati. Rischiamo di passare da una crisi all’altra senza una vera strategia globale di prevenzione. Che ne pensi?
    Lorenzo Nannetti – Il Caffè Geopolitico

    • Enrico Iacovizzi

      Grazie! Sono d’accordo con te sul fatto che purtroppo la PSDC manca di una vera e propria strategia che la leghi alla Politica Estera e di Sicurezza Comune. Il vero problema è che la PSDC è per alcuni un ottimo strumento per rimpiazzare la PESC anziché dotarla di uno strumento concreto d’azione. A questo si deve aggiungere che la cooperazione militare in Europa, nonostante gli sforzi dell’EDA, resta ancora limitata e frammentata in una miriade di cooperazione locali che, pur provvedendo un ottimo esercizio di cooperazione politica/operativa, non forniscono quella coesione strategica che resta un prerequisito tanto necessario quanto assente.

      Per approfondire la mia opinione sul tema, mi permetto di rimandarti ad un articolo scritto precedentemente a questo (http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/sicurezza-2/sicurezza-e-difesa-la-determinazione-dellinconcludenza/)

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