sabato , 24 febbraio 2018
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L’Europa e l’economia della difesa. Le opportunità mancate

Articolo tratto dal mensile di Europae: “Difendere l’Europa. I dilemmi e le opportunità della difesa europea”, n. 8 dicembre 2013 (pp. 18-20). 

L’integrazione economica è un processo di lungo termine, che prevede la firma di uno o più accordi di cooperazione che stabiliscano obiettivi economici comuni. Secondo l’economista ungherese Bela Balassa, tale processo è caratterizzato da un graduale e costante abbattimento delle barriere tariffarie e non tra i Paesi firmatari dell’accordo.

Nel caso dell’Unione Europea siamo ormai giunti a un mercato comune per 28 Stati: i Paesi europei hanno gradualmente dato vita a un mercato unico, caratterizzato da una libera circolazione di capitali, lavoro, beni e servizi. Tuttavia, alcuni settori sono stati relativamente esclusi da questo processo e uno di questi è quello di sicurezza e difesa. Quest’ultimo, infatti, risponde ancora a dinamiche abbastanza peculiari, principalmente riconducibili a interessi prettamente nazionali.

Di fatto, la difesa è rimasta esclusa dalla costruzione del mercato unico, poiché considerata un settore troppo delicato per essere “condiviso” o “integrato”. Tale tendenza sta mostrando ormai i propri limiti, soprattutto alla luce di un contesto economico molto particolare. Una crisi economica che non sembra finire tende a ridurre le spese militari di quasi tutti i Paesi occidentali e, quando le spese vengono autorizzate, sono viziate da sprechi e duplicazioni che potrebbero essere evitati. Dal 2001 al 2010 la spesa europea in sicurezza e difesa è scesa di quasi 60 miliardi (da 251 a 194), mentre gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) nel medesimo settore hanno subito un calo del 14%.

Per avere un’idea di come si comportano i competitor, basti considerare che gli Stati Uniti spendono sette volte tanto per R&S di quanto spendono i ventotto Paesi europei. Inoltre, secondo alcuni analisti, sarebbe necessario incrementare gli investimenti nel settore militare, e non diminuirli. In primo luogo a causa di un panorama internazionale che si sta rinnovando: le relazioni tra Stati sovrani stanno cambiando e con esse anche le minacce che questi devono affrontare.

Una seconda ragione è costituita dal rilievo economico che il settore di difesa e sicurezza può avere: secondo i dati della Commissione Europea, l’industria militare impiega direttamente circa 400.000 lavoratori, con un indotto di altri 960.000, per un giro di affari di oltre 300 miliardi di euro. Basterebbero questi numeri per far capire che non è decisamente il momento di lasciarsi andare a considerazioni di carattere nazionalistico, le quali producono ulteriore divisione in un mercato che dovrebbe essere più integrato, e nemmeno iniziare una battaglia politica contro le spese a favore della difesa e della sicurezza.

Conseguentemente, gli Stati europei, se vogliono rimanere competitivi economicamente e pronti a ogni evenienza militare, dovrebbero agire in modo completamente diverso rispetto a quanto avviene oggi. Tuttavia, un PIL praticamente immobile, se non in calo, e un elettorato generalmente contrario ad ingenti spese nel settore militare sono i motivi che spingono i governi verso una spesa minore e inefficiente.

Infatti, invece di condividere i costi in modo da ottimizzare l’esborso economico e mantenere il ritmo di altre grandi potenze come Stati Uniti e Cina, gli Stati europei preferiscono mantenere un mercato inefficiente che porta, nel lungo e nel breve periodo, a maggiori spese e sprechi. La stessa Commissione Europea in alcuni documenti pubblicati recentemente ha affermato che, nel caso in cui i Paesi europei continuassero tale “strategia individuale”, non sono e non saranno in grado di sviluppare e mantenere le adeguate tecnologie e capacità militari che il panorama odierno richiede. Per questa ragione, le istituzioni europee stanno cercando di mettere in pratica un piano d’azione su più punti, con l’obiettivo di rendere il mercato militare europeo più integrato, efficiente e competitivo.

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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