venerdì , 23 febbraio 2018
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Mezzi dell'operazione Triton in azione nel Mediterraneo (Foto: Wikicommos)

L’immigrazione e la sicurezza marittima europea

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Jean-Claude Juncker ha dedicato un’ampia fetta del tempo a propria disposizione alla crisi dei rifugiati, sottolineando come la “scarsezza di unione” abbia portato a una gestione approssimativa ed essenzialmente reattiva all’enorme afflusso di rifugiati che hanno solcato il Mediterraneo in fuga da Siria, Libia e altri teatri di crisi nell’Africa Sub-sahariana.

Diversi strumenti sono stati adottati fino ad oggi per mitigare il triste fenomeno delle morti in mare, prima l’operazione del governo italiano Mare Nostrum, poi la missione Triton dell’UE e infine, annunciata dallo stesso Juncker di fronte all’emiciclo di Strasburgo, l’imminente proposta della Commissione Europea di trasformare l’agenzia europea Frontex in una vera e propria Guardia Costiera europea.

Le minacce dal mare

La crisi migratoria è però solo la più recente espressione di una grave inadempienza degli Stati membri, vale a dire l’assenza di una politica di sicurezza marittima pienamente europea. Sono infatti molteplici i rischi alla sicurezza degli Stati membri e dei cittadini europei connessi alle rotte marittime e, guardando ai propri interessi nazionali, i Paesi europei hanno continuato a condurre politiche che meglio si confacessero ad essi.

Le minacce alla sicurezza marittima hanno però assunto un carattere sempre più transnazionale dalla fine della Guerra Fredda e, negli ultimi due anni, il tema è divenuto oggetto di dibattito da parte del triangolo istituzionale europeo, fino all’adozione, nel giugno 2014, della Strategia europea di sicurezza marittima da parte del Consiglio dei Ministri dell’UE.

Per motivi contingenti, ma che si protrarranno per diversi anni a venire, la Strategia vuole rispondere innanzitutto al crimine organizzato e al traffico di esseri umani e migranti illegali. Tra le minacce emergono tuttavia anche il terrorismo, il traffico di droga, armi di distruzione di massa e CBRN, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse marine e naturalmente la necessità di offrire protezione contro attacchi deliberati alla sovranità degli Stati membri.

Si tratta di minacce distinte, ma spesso interrelate, che possono ledere gli interessi e interessare le acque territoriali di più Stati. L’interdipendenza della sicurezza marittima europea è proprio il fondamento logico dell’intera strategia.

Una strategia complessa

La complessità di una strategia unitaria si riflette anche nel Piano d’azione adottato lo scorso dicembre, che si fonda su cinque linee guida principali: azione esterna; sorveglianza e awareness, scambio di informazioni; sviluppo delle capacità; gestione dei rischi, protezione delle infrastrutture critiche marittime e risposta alle crisi; ricerca e innovazione, educazione e addestramento marittimi.

Il piano è articolato su più livelli, a partire da quello istituzionale: elemento chiave dell’action plan è infatti lo sviluppo della common maritime situational awareness picture, l’interazione costante tra Frontex, EDA, EMSA (l’Agenzia Europea di Sicurezza Marittima), EUROPOL e Stati membri. La Strategia dovrà inoltre funzionare da cappello e collante tra le varie strategie regionali che l’UE ha adottato in ambito marittimo, come ad esempio la Strategia per il Corno d’Africa, quella per il Golfo di Guinea o la Strategia per il Sahel.

I rischi e le opportunità

Si tratta di un piano particolarmente ambizioso, che proprio in tale ambizione può trovare il proprio tallone d’Achille. Gli Stati membri si sono mostrati spesso riluttanti a condividere informazioni sensibili relativi alla sicurezza nazionale (era proprio questo uno dei problemi sottolineati dalla commissione Sicurezza e Difesa del Parlamento Europeo) e, in secondo luogo, è già accaduto in passato che la definizione di strategie concertate abbia portato a risultati modesti rispetto alle aspettative.

La multidimensionalità della strategia potrebbe esasperare entrambi questi aspetti, di fatto riducendone le possibilità di successo. Non bisogna però dimenticare gli esempi positivi in ambito marittimo, primo tra tutti l’operazione Atalanta nel golfo di Aden. Inoltre, variabile fondamentale sarà la crisi dei profughi: gli Stati membri decideranno se appoggiare o meno le proposte di Juncker, e nel primo caso, queste potrebbero costituire un traino per una maggiore cooperazione nell’ambito della sicurezza marittima.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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