Photo © 7th Army Joint Multinational Training, 2015, www.flickr.com
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Montenegro: passo decisivo verso la NATO

Lo scorso 2 dicembre i Ministri degli Esteri dei Paesi NATO hanno invitato la giovane repubblica balcanica del Montenegro ad avviare nel 2016 i negoziati per divenire il ventinovesimo membro dell’Alleanza Atlantica. La decisione non è certo sorprendente, in quanto questa possibilità era stata ventilata già da diversi mesi e secondo il Segretario Generale Jens Stoltenberg, il processo che porterebbe alla piena adesione potrebbe durare circa un anno e mezzo.

Le ragioni

L’ingresso del Montenegro nella NATO non è certo dettato da ragioni di tipo militare: contando su poco più di duemila uomini in armi tra personale in servizio e riservisti, il contributo militare del governo di Podgorica avrà un peso vicino allo zero sul bilancio dell’Alleanza. La decisione di estendere la membership a questo Paese risponde piuttosto a logiche politiche ed ha una forte valenza simbolica nel rinnovato clima di tensione tra NATO e Russia.

Il caso montenegrino rappresenta però un caso meno problematico di quanto non appaia. L’apertura al Montenegro rappresenta una riaffermazione della politica di apertura della NATO verso l’oriente europeo ed i Balcani, confermando la tendenza dell’Occidente a voler consolidare l’ideale di unità del continente europeo.

Un continuo allargamento

Nel confronto con la Russia, questo concetto ha certamente un peso simbolico, ma al tempo stesso rappresenta una scommessa che l’Occidente gioca sapendo di poter vincere. Dalla fine della Guerra Fredda, infatti, la NATO ha integrato Paesi strategicamente e storicamente molto più vicini alla Russia di quanto non sia il Montenegro: dopo Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999, nel 2004 sette nuovi paesi hanno aderito all’alleanza, tra cui le repubbliche baltiche che, oltre a condividere circa trecento chilometri di confine con la Russia, sono abitati da considerevoli minoranze russofone.

Una situazione radicalmente diversa si è manifestata in Georgia nel 2008, quando in risposta alla dichiarazione di Bucarest, che invitava ad un membership action plan per il Paese caucasico, Mosca avviò una campagna militare che portò alla dichiarazione di indipendenza unilaterale dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia e congelò il cammino di Tbilisi verso la NATO.

Le contromisure russe

Certamente un’azione del genere è impensabile oggi nei Balcani, dove la presenza della NATO è già ben consolidata con Albania, Croazia, Grecia, Slovenia e, più a est, Bulgaria e Romania. D’altronde, a partire dagli Anni Novanta, Mosca non è stata in grado, almeno nei Balcani, di competere con l’attrattiva del modello europeo. Le relazioni tra Podgorica e Mosca sono andate allentandosi negli anni, fino a che nel 2014 il primo ministro Milo Đukanović ha prima appoggiato le sanzioni dell’UE contro la Russia e poi votato in favore della risoluzione dell’Assemblea Generale ONU sulla Crimea, condannando la Russia.

Mosca ha già annunciato contromisure nel caso in cui il Montenegro decida di proseguire lungo il cammino segnato il 2 dicembre, ma è ragionevole credere che le mani di Putin, Medvedev e Lavrov siano legate: non ci si potrà aspettare nulla di più che azioni di natura economica, che d’altronde non farebbero altro che lasciare un vacuum facilmente occupabile da Paesi occidentali. Ad oggi, come nell’ultimo anno, alle parole non sono seguiti fatti: l’embargo russo nei confronti del Montenegro presenta importanti eccezioni e lo stesso accordo di libero scambio tra i due Paesi è tuttora in vigore.

Neanche la Serbia, storicamente e culturalmente legata a Mosca, sembra intenzionata a giocare un ruolo decisivo. La popolazione montenegrina è fortemente legata a quella serba, e Đukanović ha denunciato la presenza di Russia e Serbia dietro le proteste di piazza organizzate dal partito Nuova Democrazia Serba lo scorso mese di novembre. In realtà è lecito ritenere che diverse manifestazioni siano effettivamente rivolte contro un personaggio che guida la scena politica del Paese da oltre vent’anni e il cui governo non è esente da scandali di corruzione e allentamento della rule of law. Del resto, è opinabile che Belgrado decida di mettere a repentaglio la propria adesione all’UE sull’altare degli interessi russi nella piccola repubblica confinante.

L’allargamento al Montenegro può essere dunque letto come un consolidamento della NATO nei Balcani a scapito della Russia, ma certo non come un indice del de-potenziamento del veto che Mosca ha de facto sull’espansione della NATO. Quella è una partita che probabilmente si giocherà a Kiev.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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