mercoledì , 21 febbraio 2018
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NATO: Rasmussen lascia, torna la Guerra Fredda?

Il 15 settembre, nel suo ultimo discorso da Segretario Generale della NATO a Bruxelles, Anders Fogh Rasmussen ha rispolverato un vocabolario tipico del confronto bipolare tra Occidente e Russia, additando quest’ultima come unica responsabile dell’escalation militare in Ucraina, la sola ad aver “calpestato tutte le leggi e gli impegni che hanno preservato la pace in Europa e oltre sin dalla fine della Guerra Fredda”. La sola che – nonostante la legittimità della tesi secondo cui il consolidarsi dei legami tra UE e Ucraina abbia messo sul chi-va-là il Cremlino – ha deliberatamente violato il diritto internazionale, applicando una nuova politica interventista nei confronti di un Paese terzo.

La denuncia contro la Russia non è però rimasta circoscritta alla sola Ucraina, abbracciando la politica russa in Europa orientale nel suo insieme, denunciandone le pressioni economiche e militari volte a “fabbricare conflitti e ridurre l’indipendenza dei propri vicini”. In contrapposizione a tale politica, il Segretario Generale ha contrapposto la politica di pacificazione del continente europeo tramite la progressiva espansione della membership di UE e NATO, facendo un esplicito riferimento al Montenegro (che ha ottenuto nel 2008 l’indipendenza dalla Serbia, uno dei più fedeli amici di Mosca in Europa).

In senso opposto è invece da sottolineare l’assenza di un riferimento alla Georgia, Paese dichiaratamente propenso all’adesione alla NATO, con cui ha instaurato un dialogo intensificato (primo step ufficiale per l’adesione), così come ogni riferimento a una possibile membership dell’Ucraina (anch’essa tra i Paesi del dialogo intensificato). Tra le righe del discorso di Rasmussen si può leggere in effetti una marcatura di confini ben precisi tra l’Occidente e l’Oriente, tra la NATO e la sfera di influenza russa. Lo si vede in special modo dall’accento marcato che Rasmussen pone sulla difesa territoriale, sulla “nostra abilità di difendere i nostri popoli e i nostri Paesi”, seguita dal riferimento al Readiness Action Plan approvato a inizio mese. Rasmussen afferma senza mezzi termini che “le nostre capacità di difesa, la nostra postura militare e la nostra volontà politica devono mandare un chiaro segnale a ogni potenziale aggressore”.

Questa retorica muscolare potrebbe nascondere in realtà il messaggio che mantenere una postura da gladiatore sia più importante che estendere la membership ancora più a est. A supporto di ciò, la Georgia viene menzionata solo in relazione allo sviluppo della Defence Capacity Building initiative, utilizzando termini che demarcano chiaramente un “noi” e “loro”: “dobbiamo migliorare la nostra abilità di aiutare i partner a costituire le proprie forze di sicurezza. Se addestrassimo le forze di sicurezza locali […] potremmo proiettare stabilità senza necessariamente proiettare grandi quantità delle nostre truppe. Quindi dobbiamo fare di più per aiutare i nostri partner a difendersi da soli, trovare soluzioni proprie e prevenire crisi nelle proprie regioni prima che queste emergano”.

Al tempo stesso Rasmussen mette però in guardia contro il rischio di trincerarsi in un “club esclusivo”. Di fronte a minacce esterne contro l’“ordine internazionale liberale”, come lo Stato Islamico di Iraq e Siria, il Segretario Generale ha descritto una strategia a tre binari: un binario militare, volto a “degradare e sconfiggere” o semplicemente dissuadere le minacce contro l’ordine internazionale; un binario politico, volto a rafforzare le capacità degli alleati di provvedere alla propria sicurezza; e un binario economico, volto a intensificare i flussi di investimenti e l’integrazione dei mercati per migliorare le relazioni pacifiche tra le democrazie liberali.

Il discorso di Rasmussen riprende toni tipici della dialettica politica della Guerra Fredda, richiamando un vocabolario emotivamente carico, che dipinge l’Occidente come il baluardo della libertà individuale, della democrazia e del diritto, contrapposto ad avversari che invece incarnano l’intolleranza, la violenza, il fanatismo e il totalitarismo. Nella sua retorica, esso rispecchia le turbolenze di un sistema geopolitico regredito da un lato a causa della vuota convinzione occidentale che l’espansione pacifica a oriente fosse conciliabile con la distensione con Mosca, dall’altro della secolare nevrosi russa di creare un vicinato sicuro da interporre a un Occidente irrimediabilmente visto come una minaccia alla proiezione del proprio potere.

Photo: il Segretario Generale uscente della NATO, Rasmussen © Security & Defence Agenda – www.flickr.com, 2010

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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