domenica , 18 febbraio 2018
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Operazione Serval: una radiografia della difesa europea

Un anno fa partiva l’operazione Serval, tramite cui il governo Hollande intendeva supportare l’esecutivo maliano contro l’offensiva di matrice Tuareg-jihadista che aveva preso possesso dell’intera regione settentrionale del Paese, l’Azawad, dichiarandone unilateralmente l’indipendenza. La controffensiva ebbe un rapido successo, prima con la rapida messa in sicurezza della capitale Bamako, poi frenando e respingendo l’offensiva, fino alla ricostruzione dell’integrità territoriale del Mali con il recupero dei maggiori centri urbani del Paese: Timbuctu, Gao, Kidal e Tessalit.

Al successo (quasi) immediato dell’operazione hanno contribuito numerosi fattori per così dire “esogeni”: innanzitutto la conformazione “simmetrica”, anziché guerrigliera, della fazione Tuareg-jihadista, che ha portato a un’eccessiva disparità di forze in favore della Francia. Inoltre, il pre-posizionamento delle truppe francesi, che disponevano di elicotteri d’attacco e di caccia multiruolo stazionati nel confinante Burkina-Faso e in Chad, nonché di truppe di stanza in Costa d’Avorio e in Repubblica Centrafricana, ha sicuramente pesato sulla rapidità dell’intervento .

Il successo di Serval non è da attribuire esclusivamente ai cugini d’oltralpe: l’operazione, infatti, oltre ad essere vetrina delle rinnovate capacità francesi, rappresenta anche una radiografia dello stato delle capacità d’intervento europee nel loro insieme, mettendo in luce numerose deficienze delle forze armate francesi, in particolare dell’Armée de l’Air, e l’apporto di Stati terzi, europei e non, per colmarle.

Innanzitutto, seppur mitigati dalla presenza di mezzi e soldati francesi negli Stati confinanti con il Mali, i problemi legati al trasporto aereo strategico di truppe (strategic airlift) hanno necessitato dell’appoggio di diversi aerei da trasporto provenienti da Regno Unito, Belgio, Olanda, Spagna, Germania, Stati Uniti e Canada, che hanno effettuato il 95% circa dei voli totali (di questi, quasi 200 missioni sono state svolte solo da Stati Uniti e Canada). Probabilmente l’Armée de l’Air avrebbe potuto provvedere anche da sola al trasporto, ma al prezzo di rallentare pesantemente il dispiegamento e l’operazione nel suo complesso.

Altra carenza, ancora una volta, è stata la scarsezza di risorse in termini di rifornimento in volo (air-to-air refuelling), che ha limitato l’operatività dei caccia francesi nelle operazioni di copertura aerea e attacco al suolo, fino all’intervento di KC-135 statunitensi, che hanno operato mediamente 2 missioni al giorno.

Terzo elemento che emerge dall’intervento francese è poi la parziale debolezza dei sistemi di intelligence, sorveglianza e ricognizione. È stato certamente significativo il supporto del recentissimo sistema satellitare di sorveglianza francese Pléiades, ma altrettanto valido è stato il lavoro della costellazione satellitare italiana di osservazione terrestre COSMO Sky-Med e del sistema di ricognizione satellitare tedesco SAR-Lupe. Più grigia invece la situazione per quanto riguarda l’utilizzo di droni: gli UAV francesi Harfang (Unmanned Aerial Vehicle) possono garantire al massimo 14 ore continuative di volo, prestazioni piuttosto basse cui hanno supplito diversi droni da ricognizione statunitensi.

Serval rispecchia in pieno il quadro attuale della difesa europea. Da un lato ha mostrato come a grandi doti ed equipaggiamenti nazionali si affianchino lacune fortemente invalidanti, ma che grazie alla cooperazione e alla standardizzazione tra Paesi europei possono essere superate senza particolari difficoltà. Dall’altro ha però evidenziato come, anche quando gli Stati Uniti non siano direttamente coinvolti in un conflitto, il loro sostegno risulti indispensabile in determinati settori, specialmente il rifornimento aereo e l’utilizzo di droni di sorveglianza e attacco. Infine, come rilevato anche dall‘International Institute of Strategic Studies di Londra, Serval ha anche messo in luce quali saranno nel prossimo futuro gli elementi necessari al successo di un’operazione militare: intelligence, flessibilità e rapidità di dispiegamento delle forze. Tutti punti deboli dell’UE, che sta perdendo competitività nel settore ricerca e innovazione e dispone di forze di intervento rapido intrappolate nella loro stessa natura multiforme da meccanismi politici intergovernativi deleteri per un’azione coesa e incisiva.

In foto soldati francesi salgono a bordo di un cargo americano che li porterà in Mali (Foto: Wikimedia Commons) 

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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