domenica , 25 febbraio 2018
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Cadetti dell'esercito serbo © John Greenhill Flickr

Sicurezza e difesa, la cooperazione oltre i confini UE

L’Unione Europea non ha mai nascosto la sua intenzione di rivestire un ruolo sempre più centrale nella scena internazionale e ha scelto la strada del soft power e della cooperazione anche nel campo della sicurezza e della difesa. Il Consiglio Affari Esteri ha più volte ribadito l’importanza dei partner nelle missioni di gestione della crisi, un contributo che ha coinvolto circa 45 Paesi terzi, in primis alleati tradizionali come Canada, Norvegia e Turchia, ma anche Svizzera, Ucraina e Russia, e che ha rafforzato e legittimato l’intervento UE.

Che cos’è la Politica di Sicurezza e Difesa Comune

La Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), originariamente Politica Europea di Sicurezza e Difesa, nacque nel giugno del 1999, in seguito alla Dichiarazione di Saint Malo, in cui Blair e Chirac riconobbero la necessità, per l’UE, di dotarsi di una capacità di azione autonoma per rispondere alle crisi internazionali. Nonostante il nome, la difesa territoriale dell’UE rimane una prerogativa dei singoli Stati, che però sono legati da clausole di reciproca difesa in caso di aggressione armata e di solidarietà nell’eventualità di attacchi terroristici e calamità naturali o provocate dall’uomo.

Il raggio di azione della PSDC è di 4.000 km da Bruxelles per le missioni di peacekeeping e di 10.000 per quelle umanitarie. Alla componente militare è stata affiancata, su iniziativa svedese e finlandese, la capacità civile e di polizia. La prima operazione, Concordia, fu lanciata in Macedonia nel 2003 e, ad oggi, sono state condotte oltre 30 missioni civili e militari.

La partecipazione di Stati non-UE alle missioni PSDC

La partecipazione di Stati terzi alle missioni PSDC è incentivata dall’UE, che ottiene così non solo più personale ed expertise, ma anche una maggiore legittimazione. A tal fine, l’UE tende ad appoggiarsi anche al personale locale, per ottenere il sostegno della popolazione. I Paesi extra-europei sono invitati a firmare accordi di partecipazione che forniscono le basi legali e politiche della cooperazione e stabiliscono lo status del personale, gli aspetti finanziari e le condizioni di partecipazione nel processo decisionale e operativo. Anche se quasi tutte le missioni hanno visto l’inclusione di Stati terzi, questa caratteristica è molto eterogenea e limitata, ottiene una bassa visibilità mediatica e non è sempre facile da gestire.

Negli anni, hanno preso parte delle missioni PSDC non solo tutti i membri NATO non-UE e tutti i candidati all’ammissione nell’Unione, ma anche importanti attori regionali come Russia, Brasile e Sudafrica, ma non Cina e India. L’America Latina, l’Europa dell’est e l’Asia hanno contribuito in maniera spesso simbolica, mentre Canada, Turchia e Norvegia sono i maggiori partner. Se per Paesi come Moldavia, Georgia (rispettivamente il primo e il secondo tra i partner orientali a firmare l’accordo), Ucraina, Brasile e Sudafrica l’intervento permette di aumentare la propria visibilità internazionale, acquisire esperienza e cercare di influenzare almeno in parte le politiche europee, gli Stati candidati all’ammissione ne guadagnano in termini di prestigio e aumentano la familiarità con i meccanismi europei. Una partecipazione così vasta conferma il successo dell’UE a livello mondiale, ma la limitatezza dei contributi, le difficoltà amministrative e politiche e il fatto che i Paesi terzi non siano coinvolti nel processo decisionale sono ostacoli nel percorso che l’Europa ha deciso di intraprendere.

La partecipazione nei Paesi candidati: la Serbia

Anche se la partecipazione alla PSDC può essere posticipata fino all’ingresso nell’Unione, è negli interessi dei candidati dimostrare le proprie capacità ed assumere un ruolo proattivo, tanto che anche la Serbia, un Paese che negli scorsi decenni ha vissuto un periodo di isolamento, ha deciso di aumentare la propria partecipazione. La Serbia, membro della Partnership for Peace NATO dal 2006 e Paese candidato UE dal 2012, ha intrapreso un processo di modernizzazione e riforma delle forze armate e della polizia, cui è seguito un forte impegno nel campo internazionale, sotto l’egida dell’ONU e dell’UE. Il contributo è ancora modesto per via della limitatezza delle risorse disponibili nel Paese, ma nel 2014 la Serbia ha partecipato a 6 missioni ONU e 2 UE, per un totale di 300 militari e 18 poliziotti impegnati; fornisce in particolare eccellenti team medici che hanno acquisito una forte esperienza nella cura dello stress post-traumatico durante gli anni ’90.

L' Autore - Anna Baretta

Laureata in Scienze Strategiche e Politico-Organizzative, sono interessata all'ambito della difesa e sicurezza - in particolare alla gestione del rischio CBRN.

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