mercoledì , 15 agosto 2018
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Sicurezza e Difesa: la determinazione dell’inconcludenza

La recente crisi maliana e la rapida risposta europea con la missione “EUTM Mali” rappresentano un ottimo spunto per effettuare una valutazione della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC, già Politica Europea di Sicurezza e Difesa, PESD) e per ricordare quale sia il suo scopo nel contesto dell’azione esterna europea. La training mission in Mali prevede l’invio di circa 500 unità con l’obiettivo di fornire addestramento ed assistenza militare alle forze armate maliane, al fine di migliorarne le capacità operative in vista di azioni militari volte a ristabilire l’integrità territoriale dello Stato e ridurre la minaccia terroristica nel Paese.

Come dimostra il mandato di questa missione, pensare al settore della difesa europea solo in termini di costruzione di un esercito comune risulterebbe oggi strategicamente riduttivo e giuridicamente errato. Nessuna disposizione del Trattato di Lisbona menziona infatti la costruzione di un esercito europeo. Altrettanto errato è pensare che la PSDC sia nata come semplice strumento di difesa collettiva per gli Stati membri dell’UE, una sorta di piccola NATO continentale la cui ragion d’essere è la mera difesa del territorio europeo. La PSDC ha in realtà radici ben diverse e legate all’incapacità dimostrata dalla Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) nel fornire strumenti necessari a rendere l’Unione un security provider credibile. Dopo il fallimento europeo nelle guerre jugoslave negli anni Novanta, la PESD è stata costruita passo dopo passo con l’obiettivo di dare all’Unione Europea una capacità d’azione effettiva, una serie di strumenti politici ed operativi che la rendessero un attore internazionale in grado di bilanciare la sua doppia natura di “gigante economico” e “nano politico” attraverso una reale capacità di proiezione globale nel settore della sicurezza.

Eppure, ancora oggi, ciò che appare più evidente rispetto alla PCSD è la mancanza di una visione d’insieme. Questa politica non sembra avere un obiettivo reale, ma rappresenta piuttosto un insieme sconnesso di operazioni privo di un quadro strategico preciso. Le cause di questa situazione sono molteplici. Innanzitutto i tempi correnti sono assolutamente sfavorevoli. Il vento della spending review soffia infatti in direzione totalmente opposta a quella della politica di sicurezza, come dimostrano le proposte di riduzione dei budget nazionali, i piani di riforma delle forze armate e gli onnipresenti dibattiti sui costi di duplicazione. Per motivi puramente pragmatici, una politica non supportata da risorse finanziarie adeguate non può che raggiungere risultati mediocri, come il Tenente Generale Ton Van Osch (Direttore Generale dell’EU Military Staff) ha sottolineato questa settimana al Parlamento Europeo.

A questa situazione, per lo più localizzata in un preciso momento storico, se ne aggiunge poi una strutturale e di lungo periodo: come imbrigliare le diverse strategie nazionali degli Stati membri in una politica comune? La scarsa rilevanza della PESC ha dimostrato quanto ciò sia difficile in termini pratici. In quest’ottica i governi nazionali hanno guardato alla PSDC non come uno strumento integrato della politica estera comune, quanto piuttosto come un tappeto sotto cui nascondere le briciole della PESC: l’avvio di operazioni militari in aree calde come l’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, il Sudan, mostrano infatti come alla presenza concreta dell’UE corrisponda spesso l’incapacità di esercitare una vera influenza in questi teatri.

L’UE potrà davvero incidere sulla sicurezza internazionale solo quando sarà in grado di sviluppare una strategia coerente e di ampio respiro, basata sulla promozione dei valori fondanti dell’UE, che i trattati pongono al centro dell’azione esterna europea: lo sviluppo ed il consolidamento della democrazia e dello stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

In questa strategia, la PSDC potrà e dovrà giocare un ruolo chiave. I presupposti per farlo esistono. In primo luogo, quei “bastioni giuridici” che difendono la PSDC da derive puramente interventiste, limitando l’impiego di risorse militari a missioni umanitarie, di peace-keeping e crisis management. In secondo luogo, la prominente componente civile della PSDC, le cui aree prioritarie d’intervento sono l’assistenza nel settore della sicurezza, del monitoraggio, del capacity-building nel settore dell’amministrazione giudiziaria, civile e di polizia. Ciò che davvero manca oggi è la volontà politica per trasformare un insieme scomposto di tasselli in un mosaico che raffiguri una strategia di proiezione globale organica e coerente.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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