martedì , 21 agosto 2018
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Siria, attacco imminente? Scenari politici e militari di un intervento contro Assad

La notizia di un imminente attacco da parte di una coalizione internazionale ipoteticamente formata da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita e Turchia contro le forze governative siriane si è ormai diffusa in tutti i principali media internazionali. Al momento, tuttavia, non è chiaro quali possano essere le possibili opzioni militari che potrebbero veder impegnate le forze militari dei Paesi partecipanti.

Nella giornata di oggi, mercoledì 28 agosto, è stata fissata una nuova sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicata alla valutazione dei campioni di terreno raccolti nei pressi di Damasco, dove nei giorni scorsi sarebbero stati lanciati i presunti attacchi con armi chimiche. Il risultato della riunione di oggi è importante sotto due punti di vista: da una parte si capirà se, a fronte di riscontri sostanziali, Cina e Russia possano ravvedersi e, ritirando il veto, dare de facto il benestare per una missione ONU.

Qualora ciò non dovesse avvenire, invece, si chiarirà come potranno evolvere le operazioni sul campo e, soprattutto, quali Stati potranno prendere parte a un’eventuale intervento. Infatti, come dichiarato nella tarda serata di ieri dal governo tedesco, è ipotizzabile un coinvolgimento militare della stessa Germania qualora vi siano prove tangibili relativamente all’uso dei gas e solo in caso di semaforo verde da parte del Palazzo di Vetro.

A fare eco alle dichiarazioni di Berlino vi sarebbe anche Roma che, nella giornata di ieri, ha fatto sapere tramite il Ministro degli Esteri Emma Bonino, che l’Italia parteciperà alle operazioni militari solo nel caso in cui le Nazioni Unite dispongano in tal senso. Un eventuale “si” di Cina e Russia, o quantomeno una loro astensione in Consiglio di Sicurezza, renderebbe più celere il regime change.

Come si evince dalle dichiarazioni provenienti da Germania e Italia, con un mandato ONU è infatti possibile che vi sia una più ampia partecipazione da parte di quei Paesi che in precedenza hanno auspicato la caduta di Assad, ma non vogliono oltrepassare i limiti posti dal diritto internazionale. In caso di mandato delle Nazioni Unite, potrebbe essere valutato il coinvolgimento immediato della NATO, a cui si affiancherebbe sicuramente l’Arabia Saudita.

La mappa delle possibili operazioni militari americane realizzata da Stratfor - Global Intelligence.
La mappa delle possibili operazioni americane realizzata da Stratfor – Global Intelligence.

Nel caso in cui l’asse russo-cinese non ritenesse attendibili i risultati e ponesse ancora una volta il veto a un intervento internazionale gli scenari sarebbero diversi. Secondo fonti vicine al Pentagono e riportate dai media, la Casa Bianca starebbe studiando un intervento aereo della durata di due giorni. Al momento non sono ancora state rilasciate dichiarazioni ufficiali in merito.

Altre fonti riportano inoltre che un intervento lampo e di scarsa intensità potrebbe essere inquadrato come un atto di rappresaglia volto a “pareggiare i conti” con le autorità siriane per gli attacchi con il gas. Una simile ipotesi – che rievoca l’operazione “El Dorado Canyon” del 1986 contro la Libia,  con la quale gli Stati Uniti di Ronald Reagan vollero punire Gheddafi per i missili lanciati contro la base NATO di Lampedusa – risulta, a parere di chi scrive, poco credibile.

Si starebbero infatti preparando militarmente forze multinazionali che, in linea con le norme della R2P (Responsability to Protect), vedrebbero nella necessità di destituire Bashar Al Assad l’unico motivo per cui aprire i propri arsenali. Sembra farsi più concreta, dunque, l’ipotesi di un intervento di durata e intensità maggiore, più simile a quello libico del 2011.

Tralasciando il grado di intensità, un intervento senza mandato ONU legittimerebbe comunque Teheran al diritto di autodifesa collettiva. Ciò, in concreto, rivelerà uno schieramento pro-Assad potenzialmente formato dall’Iran e da Hezbollah. Per ciò che concerne la minaccia di un attacco ad Israele, invece, le dichiarazioni del presidente iraniano Rohani potrebbero essere considerate come l’ennesimo esempio di retorica anti-israeliana. I dati a nostra disposizione riportano infatti di un Iran non certo in grado di combattere su due fronti, ancor meno per un lungo periodo.

Tornando al fronte anti-governativo siriano, l’intervento dell’ipotetica coalizione internazionale potrebbe svolgersi in diverse fasi. Nella prima, è certo che parteciperanno gli Stati sopra menzionati con bombardamenti strategici sulle basi del regime, mentre da terra dovrebbe partire un’escalation dell’azione delle milizie ribelli. In base agli esiti di questa prima fase è possibile che l’ONU intervenga adottando una serie di risoluzioni attraverso cui si inviterà il regime di Assad a farsi da parte.

In questo caso sarebbe ipotizzabile che possa giungere un intervento della NATO volto a sostenere i ribelli nelle fase finali del cambio di regime. Un’operazione dell’Alleanza Atlantica è plausibile anche nel caso in cui le minacce iraniane si dovessero tradurre in un attacco ad Israele che, a quel punto, sarebbe inevitabilmente coinvolto nel conflitto.

La seconda fase potrebbe svolgersi in due modalità differenti: la prima è quella che vedrebbe la caduta del regime e un intervento internazionale per ripristinare le condizioni di sicurezza nel Paese attraverso l’attuazione di un programma DDR (Disarmament, Demobilization, Reintegration). La seconda, meno probabile, è quella in cui ribelli e forze armate possano giungere ad un accordo di pace che garantisca una transizione fino alle elezioni democratiche.

La terza fase, infine, potrebbe vedere un intervento dell’Unione Europea, declinato in diverse dimensioni in base all’esito della fase precedente. Nel caso in cui Assad fosse destituito è ipotizzabile un intervento europeo su due livelli: con un’operazione PSDC volta ad attuare un programma SSR (Security Sector Reform) l’UE potrebbe contribuire alla ricostruzione delle forze armate; con una missione attuata nel quadro della Parte Quinta del TFUE, invece, la Commissione Europea provvederebbe economicamente all’aiuto umanitario e alla “ricostruzione civile” delle istituzioni siriane.

Nel caso invece si giunga ad accordi di pace, l’UE potrebbe intervenire con una missione civile-militare per monitorare il rispetto di tali accordi, continuare nella stabilizzazione del Paese attraverso il sostegno alle forze di polizia e sostenere il processo di transizione fino a possibili elezioni democratiche.

In foto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in una riunione dello scorso 14 agosto (Foto: UN Photo/JC McIlwain).

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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